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Ai mondiali di calcio io tifo per i bambini di Ipanema

Finalmente ho maturato la mia decisione, ai mondiali di Brasile 2014 io tifo per i bambini di Ipanema, mi ha tolto ogni dubbio la frase pronunciata da uno dei responsabili della polizia militare brasiliana: «se i bambini sanno tirare le pietre, allora sanno anche morire».
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I bambini non sono mai pronti a morire, i bambini non contemplano quest’eventualità, non hanno chiaro questo concetto. I bambini non sono mai pronti a morire, i bambini sono la speranza del futuro, sono lo stupore, sono la capacità di guardare il mondo con meraviglia, di giocare e sorridere anche nei più crudi scenari di guerra.

In Brasile milioni di persone vivono ancora nelle baraccopoli, senza acqua, senza fognature. Milioni sono analfabeti. Milioni non sanno cosa fare quando i loro figli sono ammalati, ma con i soldi il governo non ha costruito case, scuole, ospedali… ha costruito stadi. Milioni di persone ridotte alla fame, mentre si stima che la Fifa, a fine competizione, farà le valigie dal Paese «con profitti per oltre 4 miliardi di dollari»

Il lungomare di Ipanema: il più popolare, tra spiagge, alberghi e case di lusso. Uno sguardo sul Christo e le favela di Cantagalo e Vidigal: questo è lo scenario di una delle tante proteste taciute. Lo scenario che fa da cornice alla lotta di un popolo divorato dalle contraddizioni, da quell’ingiustizia sociale che si ritrova finanche nella struttura architettonica assunta da questo angolo di Brasile: ricchi e poveri a due passi l’uno dall’altro, le favelas accanto agli hotel extralusso, con buona pace del Christo che guarda le insopportabili ineguaglianze dall’alto del monte Corcovado, il faraglione comunemente chiamato Pan di Zucchero.

I bambini non sono mai pronti a morire, ma il calcio è un business e dove c’è business i lavoratori muoiono. Basti pensare che si ipotizza che prima della fine dei lavori per i mondiali di calcio del 2022 nel Qatar, dove non esiste sindacato, le vittime sul lavoro potrebbero arrivare a 4000 e sono pronto a scommettere che tra loro ci saranno i bambini. Infatti è stimato che nel mondo ogni giorno circa 6000 persone muoiono per cause legate al lavoro, un totale che si aggira attorno ai 2.000.000 l’anno, di questi circa 12.000 sono bambini.

I bambini non sono mai pronti a morire, non lo sono i bambini soldato, impiegati in operazioni militari o illegali in tutto il mondo. Bambini, spesso drogati, costretti ad imbracciare un fucile e bambine usate per scopi sessuali ma anche per cucinare, piazzare esplosivi, aprire la strada all’esercito sul campo minato perché possono essere rimpiazzate più facilmente, non devono essere pagate e non si ribellano.

I bambini non sono mai pronti a morire, non lo sono i bambini di strada oggetto d’abuso, sfruttamento o anche, in casi estremi, vittime dei cosiddetti squadroni della morte, assunti da imprese locali o dalla stessa polizia di alcuni paesi del sud del mondo. Non sono pronti a morire neanche i bambini migranti in fuga dalle guerre e dalle carestie che trovano pace in fondo al mar Mediterraneo… Nessun bambino è mai pronto a morire

Nella opulenta società occidentale i bambini muoiono da grandi, vittime delle onde elettromagnetiche degli smartphone costruiti in Cina, del colesterolo ingerito dai cibi delle multinazionali o dei veleni dei giocattoli e dei vestiti costruiti a basso costo nei paesi poveri, come fosse una sorta di legge del contrappasso globale.

Insomma, io ai mondiali di Brasile 2014 non tiferò per quelle squadre di “bambini viziati” dalle grandi auto sportive e dai capelli alla moda, novelli gladiatori dell’arena mondiale al servizio della nuova era del “panem et circenses”.

Io tiferò per i bambini di Ipanema e per tutti quei bambini che non sono mai pronti a morire.

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Un commento

  1. quando c’è sentimento, la ragione è solo una conseguenza. Bravo!

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