Alitalia: la disoccupazione in rosa

E’ innegabile che siano le donne, quelle che più di tutti stanno pagando la crisi, quelle che hanno subito e continuano a subire i maggiori attacchi ai diritti faticosamente conquistati, al sessismo nel lavoro e alla discriminazione di genere. Si potrebbero raccontare migliaia di storie di donne, farne un mosaico rappresentativo della società in cui viviamo. L’ aspetto più drammatico di questa situazione è il profondo senso di solitudine che attanaglia le donne, la disoccupazione rosa non fa notizia, e come spesso accade le donne finiscono sui tabloide per questioni molto diverse, che aggravano il senso di frustrazione generale. In questo mosaico di donne invisibili e discriminate, possiamo parlare delle donne di Alitalia che sono tra le prime ad aver assaporato, in una delle più grandi aziende industriali del paese, cosa rappresenti essere donna nel mondo del lavoro.

Comincia così la mia chiacchierata con Susi, una sindacalista USB di Alitalia ma ancor prima una persona che stimo, con una sensibilità fuori dal comune.

Appartengo a quelle 10.000 persone che nel 2008 sono state licenziate dalla vecchia compagnia di bandiera, un piccolo paese di lavoratori e precari, uomini e donne, ma anche famiglie e speranze. Licenziati, senza nessun criterio oggettivo di legge, considerati come “materiale umano” da utilizzare secondo necessità, nella più grande privatizzazione della storia recente del nostro paese. Molti tra questi lavoratori erano genitori di disabili e madri sole. Molti erano sindacalisti scomodi.

Insomma, una storia fatta di uomini e donne, una vertenza che nasconde dietro ogni singolo posto di lavoro una storia fatta di sangue e carne. Una vertenza di quelle che tracciano un solco, che determinano un cambiamento radicale nelle relazioni industriali di tutto il paese e che incidono nella vita di tutti i lavoratori, nessuno escluso. Susi prosegue nel suo racconto, con passione e rabbia:

Da coloro che sono stati espulsi dal mondo del lavoro perché pensionabili e molti, soprattutto donne, non lo sono più, a coloro che sono stati lasciati a casa senza nessuna prospettiva perché discriminati. Ai precari, i nuovi schiavi invisibili. Solo chi ci è passato sa che cosa si provi ad alzarsi una mattina e perdere tutto. Il lavoro, il futuro, l’identità. Essere accompagnati alla porta, perché da quel momento non servi più all’azienda per cui hai lavorato per dieci venti, trent’anni. Magari dopo anni di precariato.
Che cosa voglia dire essere un uomo o una donna di quaranta, cinquant’anni e avere la preoccupazione di non riuscire più a rientrare nel mondo del lavoro perché troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per trovare lavoro. E come si senta un padre di famiglia nel guardare il proprio figlio sapendo di non essere più in grado di provvedere al suo futuro. Si è fatta molta critica sulle proteste di chi sta perdendo il lavoro o sugli ammortizzatori sociali che nel trasporto aereo sono considerati da privilegiati. Peccato che, molto spesso, chi ci finisce entra in un purgatorio prima di essere definitivamente disoccupato. Mentre al posto di chi è in cassa o mobilità c’è un precario o uno sfruttato, semmai con contratto estero sottopagato.
Quello che accade oggi in questo settore, dalle compagnie aeree, agli handlers, alle manutenzioni, alle attività commerciali, rappresenta un sistema fatto di discriminazioni, abusi, indifferenza, in cui i lavoratori sono lasciati soli, non solo dall’azienda, ma dalle istituzioni e da una parte del sindacato molto più impegnato a non disturbare il conduttore che farsi garante del sacrosanto diritto al lavoro. E’ il risultato delle grandi privatizzazioni in cui a fronte degli interessi di pochi si sta minando la tenuta stessa della società.
Sei anni fa il fallimento di Alitalia ha rappresentato una grande campagna elettorale insieme alla “monnezza” di Napoli. Oggi tutte le aziende di questo settore sono in una crisi sistemica senza precedenti. I fiumi di denaro speso per gli ammortizzatori sociali e il dispendio economico di risorse della collettività, sono una bestemmia per la società stessa. Soprattutto se pensiamo che molto spesso gli amministratori delegati, dopo aver fatto fallire le società, escono con premi da capogiro.
Quella di questo settore è una storia, fatta di bad company e good company, di salvataggi di banche e distruzioni di migliaia di posti di lavoro. La storia di aziende che erano e sono le persone che ne portano l’immagine nel mondo. Una storia fatta di ricordi e di passione, ma anche di dolore personale e collettivo. E’ giusto raccontare questi anni bui perché la memoria ci restituisca la dignità, perché dietro ogni posto di lavoro c’è sangue e carne. E’ urgente rimboccarsi le maniche perché quello che è accaduto a migliaia di persone non deve accadere mai più.

Susi ci ha ben rappresentato quanto accade oggi in Alitalia. Tutto ciò non è che il completamento di un “lavoro” iniziato qualche anno fa, il compimento di un nuovo modello di relazioni industriali che non fa prigionieri, spietato e violento, che non riguarda soltanto l’Alitalia, non riguarda soltanto Susi. Riguarda tutti noi e tutti noi possiamo rileggerci la nostra storia personale.

Buona lotta Susi, buona lotta a tutti noi!

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