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Amazon e lo sfruttamento: il centro commerciale 2.0

Devo fare acquisti: accendo il pc e digito Amazon su Google. A Roma è arrivato l’autunno e, con le prime piogge, le strade hanno assunto i contorni del film “Un giorno di ordinaria follia”, con Michael Douglas. Uscire di casa diviene un’impresa titanica e l’acquisto online potrebbe essere la salvezza: servizio impeccabile e risparmio assicurato, ma a quale prezzo?

Mentre giro nel sito alla ricerca dell’articolo che mi interessa, mi torna alla mente un’inchiesta del New York Times di questa estate, che ben rappresenta le dure condizioni di lavoro imposte dalla multinazionale dell’acquisto on line: “Turni di 80 ore a settimana, crisi di pianto e controlli anche in bagno”.

Il quotidiano statunitense ci dice che i lavoratori di Amazon, appena mettono piede nell’azienda ricevono come prima “indicazione” quella di dimenticare tutte le “cattive abitudini” che hanno imparato svolgendo altri lavori. L’inchiesta del New York Times descrive le condizioni impietose imposte ai lavoratori, spinte oltre ogni limite di sopportazione fisica e mentale. C’è chi afferma di aver visto piangere ogni collega almeno una volta e chi confessa di aver lavorato per quattro giorni senza dormire. E chi non regge i il ritmo delle 80 ore a settimana? Semplice, viene cacciato via, senza alcuna pietà.

“L’azienda sta conducendo un esperimento per capire quanto può ‘spingere’ sugli impiegati per soddisfare le sue sempre più grandi ambizioni”, scrive il Nyt. Jeff Bezos, il miliardario fondatore, ha risposto all’attacco dell’autorevole testata americana, insistendo sul fatto che la ricostruzione di quel luogo di lavoro non rispecchia la sua azienda e quei racconti non appartengono ai suoi dipendenti: “Credo fermamente che chi lavora in una società che è davvero come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere. Io la lascerei”.

Amazon è tristemente nota alle cronache per il “trattamento speciale” che riserva ai suoi dipendenti. In Pennsylvania, qualche tempo fa, aveva fatto notizia il racconto di una donna che si era licenziata da facchina in uno dei magazzini, riducendosi in povertà. “Meglio senzatetto che lavorare da Amazon – aveva affermato -. Non ho una casa dove abitare. Ma le mie giornate peggiori sono meglio delle migliori giornate passate a lavorare lì dentro”. La donna aveva raccontato di essere stata costretta a lavorare in isolamento e sotto sorveglianza costante.

Alla sua storia, ora si aggiungono le testimonianze riportare dal New York Times: turni sfiancanti, mancanza di aria condizionata (le ambulanze aspettano all’esterno per portare via chi collassa), impiegati costretti a mandare email anche in orari notturni o obbligati a fare la spia sulle performance degli altri colleghi, donne incoraggiate a migliorare le loro prestazioni anche quando malate di cancro. “Ho subito un aborto, è stato uno degli eventi più devastanti della mia vita. Ma mi hanno messa nel programma per migliorare le prestazioni per assicurarsi che la mia attenzione continuasse ad essere focalizzata sul lavoro”, ha raccontato al giornale un’impiegata.

La dura strategia di Amazon è fondata su 14 regole. La prima delle quali si chiama “L’ossessione del cliente”: “Gli impiegati lavorano per soddisfare ogni necessità del cliente. Sono ossessionati da lui”. Potrei andare avanti, ma ricalcherei la filosofia e più volte descritta parlando dei centri commerciali, tra senso di responsabilità e repressione del dissenso sindacale che ricalca quella del secolo scorso nelle fabbriche: ha la stessa natura violenta, ma dispone di tecnologie di controllo evolute. Un’organizzazione del lavoro che rispecchia quella delle istituzioni totali (carceri, manicomi, caserme), passa cioè per l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne ed il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri. Insomma, un moderno “non luogo”.

E se “la velocità è ciò che conta in questo lavoro” (altra regola d’oro, ndr), Amazon ha pensato bene di tenere sotto controllo anche il “tempo libero” dei suoi dipendenti: finanche i minuti che trascorrono in bagno vengono annotati. Amazon ha più volte smentito le accuse, affermando di trattare i suoi dipendenti con “dignità e rispetto” e che il suo scopo è quello di “dar vita ad un luogo di lavoro sicuro e positivo”. Molti invece sono i lavoratori ed ex lavoratori che raccontano di essere, scontenti. Dina Vaccari, dipendente dell’azienda nel 2008, ha spiegato al Nyt: “Ero così presa dall’idea di avere successo. Per quelli che lavoravano lì era come una droga. Una volta non ho dormito per quattro giorni consecutivi e ho continuato a fare il mio dovere”.

Il Ceo Jeff Bezos ha scritto una lettera di risposta all’articolo del New York Times, indirizzandola ai suoi dipendenti. “Cari amazonians, se non l’avete ancora fatto vi invito a leggere attentamente questo articolo”, continua inserendo il link al giornale. “L’articolo non descrive l’Amazon che conosco né i premurosi amazonians con cui lavoro ogni giorno”, aggiunge puntualizzando sul fatto che il pezzo “sostiene che il nostro approccio è quello di creare un luogo di lavoro senz’anima, distopico, in cui non c’è divertimento e non si sentono risate. Ancora una volta non mi riconosco in questa Amazon e mi auguro vivamente non lo facciate neanche voi”. “Non credo che una società che adotta l’approccio ritratto potrebbe sopravvivere né tanto meno prosperare in un mercato tecnologico come quello odierno che è altamente competitivo per quanto riguarda le assunzioni”. Per questo, Bezos spera che chiunque lavori ad Amazon possa continuare a divertirsi, come ha sempre fatto, e a “ridere lungo il cammino”. Personalmente credo ci sia poco da ridere.

Insomma, Amazon sembra un vero e proprio centro commerciale 2.0, stesse dinamiche e lavoratori sfruttati fino al midollo, in un clima da caserma. Oggi piove e uscire di casa, a Roma, è davvero un’impresa titanica; ma con quell’articolo del New York Times in mente, credo proprio che rinuncerò ai miei acquisti. Resto su Google e cambio ricerca: mercatini artigianali e spesa a Km zero!!

About Francesco Iacovone

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Un commento

  1. Quale sarà il nostro limite di sopportazione, quando smetteremo di comprare per boicottare questi colossi schiavisti? Con un peso sul cuore devo dire di non vedere una luce al fondo del tunnel. Io sinceramente ho troppo amor proprio per diventare schiavo di qualcuno (capisco di essere fuori corso in questo), finirei per strada piuttosto, senza vergogna.

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