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Anche i ricchi piangono

Siamo a Roma, è il 4 dicembre 2011 e piove, e quando piove Roma è ancora più bella e maestosa. Roma è città eterna, si sa, ma Roma è anche città aperta. Questa città un po’ sorniona nei secoli ha accolto tutti, come una grande mamma, e come una grande mamma ha accolto anche la Professoressa di Torino.

Siamo a Roma, è il 4 dicembre 2011, siamo a Palazzo Chigi e fuori piove. La Professoressa di Torino (all’epoca Ministra del Lavoro e delle politiche sociali, con delega alle pari opportunità, nel Governo Monti), durante la presentazione della Manovra Finanziaria si commuove fino al pianto. Non riesce proprio a pronunciare quella dura parola: «Sacrifici». Si commuove al punto che la conferenza stampa si deve interrompere e il vicino di banco, Mario Monti, la deve quasi consolare.

Ma qualcuno dice che il pianto frutta e mai come in questo caso ha ragione. Quel pianto profetico ha fruttato altri pianti, quasi fosse endemico. Pianti di disperazione dei tanti pensionati, esodati, lavoratori, precari e disoccupati. Pianti di generazioni trasversali; dagli anziani fino ai più giovani, quelli che la stessa Professoressa di Torino ha definito “choosy” (schizzinosi).

Il pianto, però, è cosa seria, è la prima modalità espressiva dell’uomo neonato e ci tiene compagnia lungo tutto il viaggio, ogniqualvolta non riusciamo a contenere un’emozione. Il pianto è cosa seria e, anche a causa di quel pianto della Professoressa di Torino in quella giornata uggiosa, di pianti personalmente ne ho contati tanti.

Ricordo il pianto dei colleghi del Piero, il pianto di Stefano davanti alla moglie, il pianto dirotto di Rosalba, quello pudico di Agata, quello di Gianluca e potrei andare avanti ancora. Uomini e donne dietro i quali si celano strorie di ordinari soprusi, di sfruttamento, di violenza, di disparità di genere. Pianti dignitosi, pianti di chi non riesce più a contenere emotivamente le condizioni che ci impongono i vari Governi di turno, le varie riforme che si rincorrono, sempre più lacrime e sangue: da quella della Professoressa di Torino a quella del suo successore, il Cooperatore di Imola Giuliano Poletti.

Lacrime versate sull’altare del profitto, lacrime alle quali assisto con profondo rispetto nella difficoltà di dover trattenere le mie. Lacrime che mi trasmettono la determinazione nel tentare di spostare, per quel poco che posso, quell’asse sempre più inclinato dalla parte di chi sfrutta; lacrime alle quali non credo assista la Professoressa di Torino.

Io ho avuto l’opportunità di poter entrare a Palazzo Chigi e ammirarne la bellezza e lo sfarzo. Carissima Professoressa Fornero, la parola “sacrifici” pronunciata da quel palazzo maestoso perde ogni senso. Il frutto avvelenato di quella parola che l’ha tanto turbata, di quegli impronunciabili sacrifici, ha prodotto disperazione e lacrime, povertà e disoccupazione; ha prodotto tanti licenziamenti “ai sensi della riforma che porta il suo nome”.

Carissima Professoressa Fornero, nel film La Grande Bellezza la Contessa Colonna diceva che “La povertà non si racconta, si vive!” … Ci provi Lei!

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