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Anche le donne del commercio gridano “#MeToo”

“Lo sai cosa si nasconde dietro il sorriso di una cassiera che ti chiede di quante buste hai bisogno?”. Iniziava così la lettera aperta, inviata da un gruppo di delegate ed iscritte USB a Luciana Littizzetto in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne di qualche anno fa. Nella lettera venivano rappresentate le condizioni di disagio vissuto dalle lavoratrici e qualche episodio di molestia.

Già, perché anche le commesse sono vittime di violenza nel loro luogo di lavoro. Delle indesiderate attenzioni di capi e colleghi. Ma, a differenza delle attrici e delle altre donne in vista della nostra società, non hanno voce. E poi la violenza di genere non si riduce allo stupro, ma è un concetto molto più ampio.

Sui circa tre milioni di lavoratori del commercio quasi l’80% sono donne. E allora discutiamo delle questioni vere che impattano pesantemente sulla vita di queste lavoratrici: salario, precarietà, part-time, discrezionalità e libertà.

In ballo ci sono innanzitutto le condizioni salariali. Finalmente scopriamo che tutti, fulminati sulla via di Damasco, riconoscono che in Italia esiste un problema di bassi salari. La forma contrattuale più usata nel commercio è quella part-time, ma le multinazionali del commercio non ci dicono che il part-time non è quasi mai una libera scelta della lavoratrice, è l’unica possibilità che le viene offerta per essere assunta. La possibilità di migliorare questa condizione è remota e spesso non passa attraverso il merito o l’anzianità, il risultato è un salario che si aggira sui 600 – 700 euro mensili. Chi fa il part-time ha bisogno di svolgere una seconda occupazione per mettere insieme un salario appena sufficiente, ma questo è reso impossibile dall’organizzazione del lavoro messa in atto dalle aziende. I turni delle lavoratrici spesso vengono esposti il venerdì o il sabato della settimana precedente e variano in continuazione a seconda delle esigenze commerciali e non nel rispetto dei tempi di vita e della cura delle famiglie. A volte, sempre per le esigenze dell’impresa, i turni vengono cambiati per telefono nella stessa giornata. Può succedere che i part-time beneficino di incrementi dell’orario di lavoro, ma nessuno dice che si tratta di aumenti di ore contrattuali temporanei e discrezionali. La speranza di poter ottenere questi incrementi costituisce uno degli strumenti preferiti dalle aziende per mantenere sotto ricatto chi lavora. Ed è questa discrezionalità e ricattabilità che le donne subiscono quotidianamente, questo clima diffuso che incide nella vita di relazione e sulla salute di queste lavoratrici.

Il lavoro precario, altra forma contrattuale che favorisce la possibilità dei datori di lavoro di poter “ricattare” le lavoratrici, è una condizione molto diffusa per le donne del commercio. Perché assumere ex novo dipendenti da formare e senza esperienza e lasciare a casa persone che da anni danno il loro apporto all’impresa con professionalità ed esperienza? La risposta a questa domanda è inquietante: non le chiamano perché non vogliono rischiare che si avvicinino troppo ai 36 mesi di lavoro, validi per l’assunzione obbligatoria per legge. E’ il modo che le aziende del commercio hanno escogitato per aggirare la legge dell’assunzione obbligatoria dopo 36 mesi: ti sfrutto per qualche anno e poi ti saluto, sostituendoti con altri precari. Proprio quelle aziende che si riempiono la bocca con la parola “legalità”, trovano il modo di farsi beffa di una legge che tutela i lavoratori dal cancro della precarietà. Un meccanismo effettivamente ingegnoso di un settore che si conferma all’avanguardia nel trovare nuove forme per lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori. Altri aspetti importanti sono quelli relativi al lavoro in nero, al sommerso, alla somministrazione, ai finti appalti di manodopera, agli stage “creativi”, insomma a tutte quelle “anomalie” contrattuali che hanno come perno la precarietà e che rendono ancora più deboli e sottopagate le donne del commercio, lasciando mano libera a chi le sfrutta.

Chi vive la realtà di un supermercato o di un ipermercato sa benissimo che è difficoltoso anche poter andare in bagno ed è spesso necessario chiedere il permesso. L’esigenza fisiologica viene considerata parte integrante dell’organizzazione del lavoro e del potere datoriale. E “denunciare, protestare o anche solo discutere le decisioni che ti riguardano non è affatto facile”. Questo è il clima che si vive nei luoghi del commercio, l’organizzazione del lavoro rispecchia quella delle istituzioni totali (carceri, manicomi, caserme), passa cioè per l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne ed il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri. La lettera aperta scritta delle donne della Coop, citata all’inizio, denunciò questo clima da caserma, ma moltissimi altri esempi testimoniano la nostra analisi. Tante storie che ascolto ogni giorno e tantissime altre che purtroppo non ascolta nessuno. Storie di ordinarie vessazioni vissute nella solitudine e nel dolore.

Le donne del commercio, come le donne di tutti gli altri settori, lavorano di più per guadagnare di meno e non ricoprono quasi mai ruoli apicali nelle aziende. Il principale fondamento delle pari opportunità sarebbe l’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione nel rispetto dei Diritti dell’individuo. In particolare, quando si parla di Pari Opportunità di Genere, s’intende la necessità di permettere e garantire alle donne di fare scelte e compiere azioni, sia nella vita privata che nella vita professionale, senza alcun tipo di diseguaglianza di genere, rendendosi conto delle mille potenzialità, creatività, abilità e motivazioni che le donne possono apportare alle società. Nella realtà molte donne del commercio hanno dichiarato di aver perso il lavoro a causa di una gravidanza, e la lettera di dimissioni in bianco è la modalità più diffusa con cui le leggi a tutela della madre lavoratrice vengono aggirate. Molte donne del commercio lamentano di subire molestie e atteggiamenti vessatori da parte dei “capi”, che spesso sono maschi. Ma allora a cosa servono le commissioni paritetiche contrattuali e i vari consiglieri di parità provinciali, regionali e chi più ne ha più ne metta? A creare stipendi per i soliti noti? La battaglia per le pari opportunità è una battaglia di civiltà e non può certamente restare un enunciato.

Ultima questione, ma non per ultima, la possibilità degli esercizi commerciali e dei grandi ipermercati di tenere aperto sempre, anche durante le domeniche e i festivi, che è stata recepita subito da tutti i soggetti interessati, creando un vantaggio e una comodità apparenti per “l’homo consumens” e, nel contempo, gravissimi problemi per le lavoratrici, che non hanno più tempo per se stesse e per le proprie famiglie. Il decreto del Governo Monti, noto come “Salva Italia”, ha aggiunto l’ennesimo tassello al puzzle di precarietà, basso salario, difficoltà nella vita di relazione e degli ormai pochissimi diritti per oltre due milioni addetti del settore ed in particolare per le donne. In un paese che fa i suoi continui richiami alla “sacralità” della famiglia e dove i servizi pubblici non sono attivi spesso neanche il sabato, ed in un settore dove l’80% degli occupati sono di sesso femminile, si evidenzia una forte contraddizione.

Salario, abbattimento della precarietà, possibilità di passare dal part-time al tempo pieno, contenimento della discrezionalità delle direzioni e contrattazione dei tempi e dei turni, e, non ultimo, libertà di parola e di critica: queste sono le questioni in campo. Questioni difficilmente aggirabili che portano le donne del commercio a gridare “#MeToo”


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About Francesco Iacovone

Mi occupo di tutela collettiva dei diritti dei lavoratori. A me piace definirmi un lavoratore prestato al sindacato, anche se formalmente faccio parte dell’Esecutivo Nazionale USB... [Read more]

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