lavoro commesso amore

Caro commesso, a proposito di dignità

Poco prima delle vacanze natalizie, un giovane commesso di un noto centro commerciale della capitale è entrato nella mia stanza sindacale; il giovane commesso aveva dei problemi sul lavoro. Mi ha raccontato della quotidiana e standardizzata vita di tanti giovani commessi alle prese con il basso salario, alla ricerca di una stabilità contrattuale, in difficoltà nel conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro. Il tutto in totale assenza di libertà di parola e di critica.

Insomma, storie come tante… Storie di giovani commessi…

Finita la chiacchierata “professionale”, Maurizio (così si chiama il giovane commesso), mi ha invitato a prendere un caffè e, parlando del più e del meno, mi ha confessato timidamente di sentirsi a disagio nel dichiarare il suo mestiere. Questa sua ammissione mi ha lasciato pensare, a lungo. D’altronde quel sentimento di vergogna del giovane Maurizio mal si coniuga con il lavoro, qualunque esso sia…

Tornando verso casa, immerso nel traffico del Grande Raccordo Anulare, i miei pensieri volano ad un racconto di Alberto Moravia, ad uno degli stralci di vita quotidiana nella capitale del secondo dopoguerra. Quel racconto parlava di un “monnezzaro”, ma mentre faccio la serpentina tra le auto che procedono a rilento, i miei pensieri modellano quel racconto sui panni di un giovane commesso…

Maurizio non era stato mai troppo fortunato con le donne, fin da bambino quando fu rifiutato dal primo amore dell’asilo. Forse perché schivo e dal carattere fin troppo modesto. Da grande Maurizio sommò l’inconveniente del carattere a quello del mestiere: faceva il commesso. Se ne dicono tante sui commessi e sui centri commerciali. Al disotto del commesso, dicono, non c’è nulla, neppure il mendicante. Sarà anche vero. Ma se non ci fossero i commessi, cosa accadrebbe? Lo vediamo nei giorni di shopping: tutta la città in delirio alla ricerca dell’acquisto compulsivo, a dimostrare che cosa sia il commesso e quanta importanza abbia nella vita moderna.
Maurizio lavorava in un grande centro commerciale in centro città e, quando riusciva a stare con una ragazza che gli piaceva, arrivava a dire: “faccio il commesso” e la vedeva oscurarsi in viso e storcere il naso; quindi, più o meno presto, lo lasciava. Nemmeno avesse detto: “faccio il ladro.” Maurizio cominciò a sospettare che forse gli sarebbe convenuto nascondere il proprio mestiere. Ma fu Leonardo, un compagno di lavoro, che gli tolse ogni dubbio. Una mattina erano entrambi di turno in cassa (le numero 13 e 14), Maurizio si lamentava che le donne trovassero da ridire sul suo mestiere; Leonardo rispose secco: “Perché è un mestiere umile… alle donne, i mestieri umili non piacciono… ma tu nascondilo.”
“E come faccio?”
“Dì che sei impiegato in ufficio, genericamente senza approfondire… è la verità, dopo tutto… siamo tutti impiegati nel commercio, è scritto anche sulla busta paga… noi che siamo in cassa o a rifornir scaffali e quelli che stanno agli uffici… tutti impiegati.”
L’altro compagno, Fabio, uno rosso di capelli e lentigginoso, occhialuto, intervenne a questo punto: “Secondo me, hai torto… perché nascondere il mestiere? … È un mestiere come un altro… siamo lavoratori come tutti gli altri… nascondendolo, la dai vinta al pregiudizio.”
“Bravo” disse Leonardo, “ma il pregiudizio c’è o non c’è? E per Maurizio, l’importante è andar contro il pregiudizio oppure farsi voler bene dalla ragazza? D’altronde, guarda i monnezzari… anche loro son lavoratori… però si fanno chiamare operatori ecologici … cambiano la parola, non il fatto… anche loro per via del pregiudizio.”
“Dai retta a me, Maurizio” disse Fabio, ostinato “non nascondere nulla… se una donna dà importanza al pregiudizio, è segno che vuol più bene al pregiudizio che a te.”
Insomma, la discussione durò un bel po’, mentre il “bip-bip” delle casse faceva da sottofondo, da una spesa all’altra, nello sfavillare delle luci al neon del centro commerciale. E quando il turno di lavoro finì e Maurizio rimase solo con i propri pensieri, capì che il consiglio di farsi passare per impiegato non era un granché, commesso era e non capiva perché dovesse nasconderlo. Ma di lì a pochi giorni, trovandosi in libertà, senza abiti da lavoro, seduto su una panchina di Villa Pamphili, ci ripensò e si persuase che, in fondo, Leonardo poteva anche aver ragione.
Era una giornata della metà di novembre, proprio bella, con l’aria dolce e un po’ nebbiosa, gli alberi tutti gialli e rossi e i viali pieni di donne e di bambini. Maurizio era così sprofondato nelle sue riflessioni che non si era accorto che sulla stessa panchina si era seduta una ragazza con una bambina, forse una baby-sitter. Poi, alla sua voce che diceva: “Sofia non ti allontanare”, si voltò e la guardò. Era giovane, esile nella persona, con un viso incantevole e lunghi capelli castani. Ma sopra ogni cosa Maurizio fu colpito dagli gli occhi: neri e luccicanti, sorridenti. La bambina si era accoccolata a giocare con la ghiaia mentre lei stava seduta, tenendo in mano il secchiello e la paletta della bimba. Vedendosi guardata, si voltò verso Maurizio e gli disse tranquillamente: “Lei non mi conosce… ma io conosco lei.”
Cosa vuol dire la suggestione di certi discorsi. Maurizio si sentì di arrossire e pensò: “Mi avrà veduto sul muletto girare per le corsie del supermercato? O alla cassa?” E subito rispose: “Signorina, lei si sbaglia con qualcun altro… io non l’ho mai vista.”
“Eppure la conosco.”
Maurizio replicò, ormai lanciato nella bugia: “È impossibile… a meno che non mi abbia visto in ufficio, dove sono impiegato… gente ne capita tanta…”
Questa volta lei non disse nulla, ma lo guardò a lungo, in una maniera strana. Disse finalmente: “Lei è impiegato?”
“Sicuro.”
“In che ufficio?”
“Be’, ora qui e ora là… di uffici ce ne sono tanti.”
“Allora”, disse lei lentamente, “l’avrò visto là… ci sono andata due giorni fa.”
“Proprio così.” e aggiunse “Mi chiamo Flaminia… e lei?”
“Maurizio.” E così cominciò la relazione.
Lei non volle mai dargli l’indirizzo di casa sua, dicendo che non voleva che la signora per cui lavorava sapesse che si vedevano; si vedevamo spesso. Andavano al cinema, a passeggio per la città, oppure al caffè. Maurizio si innamorò di lei, si può dire, soprattutto per il carattere. Un carattere così non lo aveva mai conosciuto: tranquillo, dolce, calmo, forse sornione, tutto coperto e tutto nascosto, simile ad un’acqua cheta e profonda. Stava sempre zitta e, mentre lui le parlava, scuoteva continuamente il capo, con dolcezza, come per approvarlo e, al tempo stesso, faceva un gemito leggero, quasi a dire: “È vero, proprio così, hai ragione.” Ma se non parlava, per lei parlavano gli occhi: sempre sorridenti, sempre attenti, in un luccichio di velluto nero, misteriosi.
Maurizio era così innamorato che cominciò a pensare di fidanzarsi. Ma capì subito che se voleva sposarla, doveva prima di tutto cambiare mestiere. Le aveva detto troppe bugie; riconoscere ad un tratto che era un commesso, voleva dire rovinare ogni cosa. Prima di tutto per la delusione: commesso. Poi perché avrebbe scoperto che era bugiardo e, si sa, le donne non amano i bugiardi. Però non era facile cambiare mestiere. E lui doveva cambiarne due: quello vero e quello finto. Cominciò, nelle ore di libertà, a girare per la città cercando lavoro. Non ne trovava; e gli venne in mente che, perduto per perduto, tanto valeva licenziarsi e restar disoccupato. Chissà perché, disoccupato suona meglio di commesso. A questo punto, avvenne il fatto nuovo che, in fondo, aveva sempre temuto.
Maurizio era al lavoro, a battere spese alla cassa 8; di tanto in tanto scambiava una chiacchiera con Leonardo, seduto alla cassa 7. Al termine dell’ennesima spesa levò gli occhi enunciando il totale; e vide che la cliente era lei, Flaminia. In quel momento, mentre lei in silenzio tendeva il denaro, a Maurizio parve di indovinare non so che canzonatura in quei suoi occhi neri che lo guardavano. Flaminia si accorse che arrossiva e poi diventava pallido. Maurizio rovesciò il resto sulla cassa, chiese un cambio ad una collega e voltò la schiena. Si era visto com’era, con il camice rigato: commesso, non impiegato. E pensò che non avrebbe mai più avuto il coraggio di rivederla. Andò dal suo capo, gli gettò il camice, e disse: “Per me è finita… me ne vado… avverti la centrale.”
“Ma che ti prende? Sei matto?”
“No, non sono matto… arrivederci.”
Quel giorno aveva un appuntamento con Flaminia; ma non ci andò. Rimase disteso sul letto. Verso sera, invece di piangere, si addormentò; e quando si svegliò si accorse che era proprio finita. Temeva, però, di restare disoccupato non si sa quanto. Invece, per fortuna, dopo pochi giorni trovò un posto di custode, in un cantiere fuori mano. Rimase in quel cantiere, in campagna, a fare il cane da guardia, senza mai uscirne, forse sei mesi. Ma una domenica andò in centro e incontrò Leonardo che appena lo vide gli disse: “Poi l’abbiamo saputo perché te ne sei andato… quella ragazza… ma hai fatto male… lei ti voleva bene sul serio, anzi ti voleva bene proprio perché eri tu e non un altro… diceva che lei, ormai, non avrebbe più amato che uno di noi… diceva che soltanto vedere un uomo col camice rigato batterle la spesa, le faceva battere il cuore… diceva che per lei il muletto era più bello delle macchine di lusso… morale: adesso se la fa con Fabio.”
“Con Fabio?”
“Eh già, voleva il commesso e l’ha avuto… lui non lo nascondeva il suo mestiere anzi se ne vantava… sono fidanzati.”
Maurizio se ne andò in tronco, lasciandolo a bocca aperta. Avrebbe voluto mordersi le mani. Per una volta che era stato fortunato in amore, non l’aveva capito. Tra tutte le donne gli era capitata quella a cui piaceva il mestiere del commesso e non l’aveva indovinato. Ah, nella vita, come si fa, si sbaglia.

Caro Maurizio, le mani sporche di lavoro profumano di dignità!

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