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Carrefour h24: una riflessione sul “lavoro all’italiana”

La nostra iniziativa nei Carrefour 24h della notte di venerdì 21 ottobre è stata un tuffo nell’alienazione. Abbiamo visto interi supermercati, perfino un ipermercato, con corsie immense e completamente vuote di clienti. Abbiamo incontrato pochi addetti alle vendite, a contratto spesso interinale, e tra loro anche i dipendenti Carrefour mostravano un atteggiamento schivo, timoroso, al limite dell’omertà.

Abbiamo incrociato i lavoratori filippini del turno 24/6 (quello che nessun italiano vuol fare), con loro era impossibile parlare perché hanno dichiarato di non comprendere bene la lingua, lavoratori di una cooperativa esterna, con condizioni contrattuali ulteriormente ribassate.

Gli scaffali erano mezzi vuoti, la nuova merce doveva ancora arrivare. La luce era forte, innaturale, fredda e la musica in radiodiffusione suonava per tenere sveglie gli addetti alle casse. Fuori dai negozi solo la vigilanza e la Polizia, allertata immotivatamente dal nostro tour pacifico e di solidarietà.

Questo scenario ci pone di fronte parecchie questioni. Qual è il senso di tenere aperto un negozio se non ci sono vendite? Quali sono le ripercussioni di un lavoro a queste condizioni? Che fine fa la dignità del lavoro? Quanto si arriverà ad abbassare il valore (anche economico) del lavoro?

E’ necessario porsi queste domande, è necessario trovare delle risposte alla frustrazione che abbiamo letto negli occhi dei lavoratori che abbiamo incontrato. I fautori di questo sistema ci dicono che la vita del commercio si nutre in questo modo, attraverso un’offerta sempre maggiore e sempre presente; ci dicono che la liberalizzazione è vincente su tutta la linea.

Ma i bilanci smentiscono, smentiscono i profitti, di poco maggiorati, quasi identici a prima delle aperture 24h ma soltanto spalmati sulle varie fasce orarie. Smentisce la legge della concorrenza. Smentisce la politica occupazionale, considerato l’incremento spaventoso di lavoro precario, interinale, a chiamata, parcellizzato.

Il centro commerciale con l’ipermercato aperto 24 h è il fulcro di un sistema capitalistico in cui “il cliente” , l’individuo in genere, è invogliato a desiderare sempre di acquistare, in cui realmente non ha né la capacità economica per acquistare tutto ciò che gli viene offerto o che viene ammaestrato a desiderare, né tanto meno ha più l’autonomia del suo desiderio, perché  la grande distribuzione organizzata è massificazione di desiderio e di acquisto, un desiderio frustrato dall’impossibilità di acquisto e possesso di tutti quei beni di consumo.

E’ questa la vera faccia del lavoro notturno. Durante la notte non si incrementano le vendite, non aumentano i profitti, accresce solo il desiderio. Durante la notte si registra solo il potere dell’Azienda che può permettersi di dire “ci sono”. Non servono tanti dipendenti per fare questo, è il primato della marca, del simbolo. Non serve lavoro qualificato.

Questo spiega perché “questo lavoro” sia così poco remunerativo, così poco soddisfacente.

Eppure ci sono i lavoratori che svolgono le stesse mansioni dei colleghi del turno di giorno: riforniscono scaffali, sono in cassa, affettano, puliscono, sistemano. Ma i loro stipendi sono diversi, inferiori, meno certi. Li abbiamo incontrati, hanno abbassato la testa.

Non possiamo più accettare la bassa retorica di “ringraziare perché hanno un lavoro”! Questo non è lavoro, ma schiavitù legalizzata! Chiediamo dignità, turni equi, adeguamento degli stipendi, limiti alla liberalizzazione selvaggia delle aperture.

Il lavoro all’italiana non può più essere una sudditanza!

Tratto da una riflessione di Maria Sarsale, delegata USB Zara

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