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Centri commerciali, templi dello shopping o nuove fabbriche metropolitane?

Il centro si decentra: il centro diviene commerciale. Intere aree agricole, ex fabbriche e finanche un campo di concentramento si trasformano in centri commerciali.

Due esempi emblematici: l’ex Alfa Romeo di Arese, in un’area che ha vissuto pagine leggendarie della nostra storia industriale e del movimento operaio sta arrivando a compimento quella che si candida ad essere tra le più grandi strutture commerciali del nord Italia e l’ex campo di concentramento di Sdraussina a Sagrado, in provincia di Gorizia, che si trasforma in un centro commerciale.

Insomma, il capitale delocalizza la produzione e riconverte intere aree industriali in enormi “Business Park”, il profitto si sposta sulla movimentazione e la vendita delle merci e gli operai del secolo scorso sono sostituiti da una nuova fattispecie di “operai”, quelli dei centri commerciali.

Ma quali sono le condizioni di questi lavoratori? Nel dicembre del 2012 ho provato, stimolato dall’Unione Sindacale di Base (organizzazione sindacale di cui faccio parte), a rispondere alla domanda. Di seguito riporto integralmente l’analisi di allora:

Centri commerciali, templi dello shopping o nuove fabbriche metropolitane?
I centri commerciali hanno ridisegnato, in pochi anni, i costumi sociali, le condizioni di lavoro e la struttura architettonica della nostre città. Hanno, di fatto, sostituito le piazze attraverso le quali si connetteva il tessuto sociale di un quartiere, disgregando le relazioni umane e la protezione sociale che una piazza favorisce. Nell’antica Grecia la piazza – Agorà – era il luogo simbolo della democrazia del paese, dove si riuniva l’assemblea della polis per discutere e prendere le decisioni politiche. I centri commerciali sostituiscono il senso delle piazze con una traduzione consumistica priva di qualsiasi scambio umano che non sia mediato dal denaro. Si tratta di autentici non luoghi dove i soggetti sociali si incontrano senza interagire, dove il prossimo è visto come colui che ti sottrae un parcheggio o ti scavalca nella fila alla cassa, dove vigono regole non scritte che trasformano questi ecomostri in strane “repubbliche” del consumo: video sorvegliate, transennate, con guardie private armate ad ogni angolo e dove ogni cittadino può ingannevolmente sentirsi ricco, ma dove in realtà è prigioniero inconsapevole.
Dietro questo proliferare di centri commerciali si nasconde spesso l’attività speculativa di grandi gruppi finanziari e la presunta infiltrazione del potere mafioso. In Italia la Corte dei Conti ha pubblicato una relazione dedicata alla criminalità organizzata che non ha avuto la dovuta rilevanza sui giornali e alla TV. Tale relazione rileva che centri commerciali e costruzioni immobiliari sono le nuove frontiere della mafia. Infatti, le attività economiche in cui la criminalità organizzata investe con maggior frequenza sono quelle “edilizie, immobiliari, commerciali e la grande distribuzione”. Il commercio, in particolare il franchising che coinvolge le grandi marche, consente alle organizzazioni criminali di procedere all’apertura di esercizi commerciali, spesso a nome di soggetti terzi compiacenti non immediatamente riconducibili ad esponenti della criminalità. In questo modo, le mafie riescono a controllare l’intero processo che va dalla costruzione delle strutture al loro sfruttamento con la vendita dei beni, permettendo il riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite.
Non di secondo piano è il problema del reddito: le grandi centrali di acquisto che riforniscono le catene della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), dovrebbero fungere da strumento di “razionalizzazione e programmazione delle forniture”, in realtà sono un vero e proprio cartello dei prezzi che scarica i suoi effetti sul salario e sulle condizioni di lavoro (in tutto il ciclo dalla produzione, al trasporto fino alla distribuzione) e sui prezzi al consumo. A conferma di ciò, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato italiana ha deciso di volerci vedere più chiaro sulla dinamica di formazione dei prezzi come sui rapporti e le condizioni contrattuali praticate dalle centrali di acquisto nei confronti delle imprese che forniscono i prodotti. Semplificando: la distorsione all’interno della filiera agro alimentare crea sperequazione e aberrazioni tangibili con un sicuro beneficio economico solo per le multinazionali, mentre gli agricoltori hanno visto diminuire i loro margini al punto tale che sempre più spesso non gli conviene più raccogliere ad esempio la frutta, dal momento che il costo del lavoro della sola raccolta è già superiore per unità di prodotto al prezzo pagato loro dalle centrali di acquisto; si sviluppano forme di caporalato che portano ai casi di Rosarno in Calabria o di Nardò in Puglia, dove migliaia di migranti sono resi schiavi negli agrumeti. Il risultato di questa filiera agroalimentare dominata dalla GDO è un prezzo di acquisto al consumo portato alle stelle, con ripercussioni sui cittadini che pagano l’ennesimo inaccettabile prezzo della crisi.
Altro problema rilevante è la completa deregolamentazione degli orari delle attività commerciali che non ha portato alla crescita economica, ma solo all’inasprirsi di una crisi che già da diverso tempo sta affliggendo il commercio, aggiungendo un ennesimo tassello al puzzle di precarietà, basso salario, difficoltà nella vita di relazione e degli ormai pochissimi diritti per oltre due milioni lavoratori del settore. L’aumento delle grandi superfici commerciali sommato all’apertura ventiquattro ore al giorno e per tutto l’anno non è sostenibile per le piccole e medie imprese, che stanno capitolando nei confronti della GDO.
L’’innalzamento dei costi di gestione delle strutture sarà inevitabilmente scaricato sul costo del lavoro e sui consumatori, visto che gli altri costi (come l’energia, le merci, i trasporti), sono più o meno uguali per tutti. In sostanza a pagare saranno, come al solito, i lavoratori del settore e i cittadini in favore dei profitti delle grandi multinazionali del commercio e della lega delle cooperative che, come se non bastasse, puntano a fare ulteriore profitto non più solo sul lavoro, ma sul cliente finale, attraverso, ad esempio, le pesature di prodotti fatte dal cliente stesso o l’automatizzazione delle casse, che sottraggono ulteriori posti di lavoro.
La condizione dei lavoratori del commercio è insostenibile. USB invita a discutere delle questioni vere che impattano pesantemente sulla vita di queste lavoratrici: salario, precarietà, part-time, discrezionalità e libertà.
In ballo ci sono innanzitutto le condizioni salariali. Finalmente scopriamo che tutti, fulminati sulla via di Damasco, riconoscono che in Italia esiste un problema di bassi salari. La forma contrattuale più usata nel commercio è quella part time: le multinazionali del commercio non ci dicono che il part-time non è quasi mai una libera scelta del lavoratore, ma è l’unica possibilità che gli viene offerta per essere assunto. La possibilità di migliorare questa condizione è remota e spesso non passa attraverso il merito o l’anzianità, il risultato è un salario che si aggira sui 600 – 700 euro mensili. Chi fa il part-time ha bisogno di svolgere una seconda occupazione per mettere insieme un salario appena sufficiente, ma questo è reso impossibile dall’organizzazione del lavoro messa in atto dalle aziende. I turni dei lavoratori spesso vengono esposti il venerdì o il sabato della settimana precedente e variano in continuazione, a seconda delle esigenze commerciali e mai nel rispetto dei tempi di vita e della cura delle famiglie. A volte, sempre per le esigenze dell’impresa, i turni vengono cambiati per telefono, nella stessa giornata. Può succedere che i part-time beneficino di incrementi dell’orario di lavoro, ma nessuno dice che si tratta di aumenti di ore contrattuali temporanei e discrezionali. La speranza di poter ottenere questi incrementi costituisce uno degli strumenti preferiti dalle aziende per mantenere sotto ricatto chi lavora. Ed è questa discrezionalità che i lavoratori del commercio subiscono quotidianamente, che li rende ricattabili. Questo clima incide in maniera negativa nella vita di relazione e sulla salute di queste donne e questi uomini.
Il lavoro precario è un “cancro” che favorisce la possibilità delle multinazionali del commercio di poter “ricattare” i lavoratori, ed è una condizione molto diffusa nel settore. Perché assumere ex novo dipendenti da formare e senza esperienza e lasciare a casa persone che da anni danno il loro apporto all’impresa con professionalità ed esperienza? La risposta a questa domanda è inquietante: non le chiamano perché non vogliono rischiare che si avvicinino troppo ai 36 mesi di lavoro, validi in Italia per l’assunzione obbligatoria. E’ il modo che le aziende del commercio hanno escogitato per aggirare la legge: ti sfrutto per qualche anno e poi ti saluto, sostituendoti con altri precari. Proprio quelle aziende che si riempiono la bocca con la parola “legalità”, trovano il modo di farsi beffa di una legge che tutela i lavoratori dal cancro della precarietà. Un meccanismo effettivamente ingegnoso di un settore che si conferma all’avanguardia nel trovare nuove forme per lo sfruttamento selvaggio dei lavoratori. Altri aspetti importanti sono quelli relativi al lavoro in nero, al sommerso, alla somministrazione, ai finti appalti di manodopera, agli stage “creativi”, insomma a tutte quelle “anomalie” contrattuali che hanno come perno la precarietà e che rendono ancora più deboli e sottopagati i lavoratori del commercio, lasciando mano libera a chi li sfrutta.
Chi vive la realtà di un supermercato o di un ipermercato sa benissimo che è difficoltoso anche poter andare in bagno ed è spesso necessario chiedere il permesso. L’esigenza fisiologica viene considerata parte integrante dell’organizzazione del lavoro e del potere datoriale. E denunciare, protestare o anche solo discutere le decisioni che ti riguardano non è affatto facile in quanto la repressione del dissenso sindacale nei centri commerciali del terzo millennio ricalca quella del secolo scorso nelle fabbriche, ha la stessa natura violenta, ma dispone di tecnologie di controllo evolute. Questo è il clima che si vive nei luoghi del commercio, l’organizzazione del lavoro rispecchia quella delle istituzioni totali (carceri, manicomi, caserme), passa per l’organizzazione formale e centralmente amministrata del luogo e delle sue dinamiche interne ed il controllo operato dall’alto sui soggetti-membri, un vero e proprio clima “da caserma”. Le tante storie che sentiamo ogni giorno nelle nostre stanze sindacali e tantissime altre che purtroppo non ascolta nessuno, sono storie di ordinarie vessazioni vissute nella solitudine e nel dolore.
In un settore dove sui circa due milioni di lavoratori quasi l’80% sono donne possiamo parlare di una vera e propria apartheid delle commesse. Le donne del commercio, come le donne di tutti gli altri settori, lavorano di più per guadagnare di meno e non ricoprono quasi mai ruoli apicali nelle aziende. Il principale fondamento delle pari opportunità sarebbe l’eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione nel rispetto dei diritti dell’individuo. In particolare, quando si parla di pari opportunità di Genere, s’intende la necessità di permettere e garantire alle donne di fare scelte e compiere azioni, sia nella vita privata che nella vita professionale, senza alcun tipo di diseguaglianza di genere, rendendosi conto delle mille potenzialità, creatività, abilità e motivazioni che le donne possono apportare alle società. Nella realtà, molte donne del commercio hanno dichiarato di aver perso il lavoro a causa di una gravidanza, e la lettera di dimissioni in bianco è la modalità più diffusa con cui le leggi a tutela della madre lavoratrice vengono aggirate. Molte donne del commercio lamentano di subire molestie e atteggiamenti vessatori da parte dei “capi”, che spesso sono maschi. Ma allora a cosa servono le commissioni paritetiche contrattuali e i vari consiglieri di parità provinciali, regionali e chi più ne ha più ne metta? A creare stipendi per i soliti noti? La battaglia per le pari opportunità è una battaglia di civiltà e non può certamente restare un enunciato.
Ultima questione, ma non per ultima, la possibilità degli esercizi commerciali e dei grandi ipermercati di tenere aperto sempre, anche durante le domeniche e i festivi, che è stata recepita subito da tutti i soggetti interessati, creando un vantaggio e una comodità apparenti per “l’homo consumens” e, nel contempo, gravissimi problemi per i lavoratori che non hanno più tempo per se stessi e per le proprie famiglie. Il decreto del Governo Monti, noto come “Salva Italia”, ha aggiunto l’ennesimo tassello al puzzle di precarietà, basso salario, difficoltà nella vita di relazione e degli ormai pochissimi diritti per oltre due milioni addetti del settore ed in particolare per le donne. In un paese che fa i suoi continui richiami alla “sacralità” della famiglia e dove i servizi pubblici non sono attivi spesso neanche il sabato, ed in un settore dove l’80% degli occupati sono di sesso femminile, si evidenzia una forte contraddizione.
Salario, abbattimento della precarietà, possibilità di passare dal part-time al tempo pieno, contenimento della discrezionalità delle direzioni e contrattazione dei tempi e dei turni, e, non ultimo, libertà di parola e di critica, queste sono le questioni in campo. Questioni difficilmente aggirabili che non si risolvono con il consenso dei sindacati compiacenti, ma con l’organizzazione ed il conflitto nell’assoluta indipendenza.

“La libertà è una sola: le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti.”  Nelson Mandela

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