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Claudia: “lavoro come cassiera e da quando sono mamma vivo l’inferno del mobbing”

L’ennesima e-mail di una mamma, una donna, una lavoratrice che si barcamena tra il lavoro di cassiera, la maternità e il mobbing che spesso ne consegue… Stavolta a scrivermi è Claudia (il nome, come spesso accade, è di fantasia), ed io vi lascio alle sue parole che, ne sono certo, potrebbero essere le parole di tante di voi.

Buongiorno, vorrei solo aggiungere la mia voce alle tante che lei dovrà ascoltare ogni giorno. La mia storia non ha nulla di speciale, ma vorrei raccontarla e non so a chi…
Lavoro per una grande catena di elettronica di consumo da 11 anni, come cassiera. Cinque anni fa sono rimasta incinta e sono stata a casa fin dall’inizio perché stavo malissimo. Sono stata male per tutta la gravidanza. Da allora il comportamento dell’azienda nei miei confronti è cambiato radicalmente.
Mi è stato imposto un nuovo contratto, part time di 24 h, con orari prefissati tutti di chiusura, con turni di 4 h per sei giorni la settimana (compresi i week end). Il negozio presso cui lavoro dista 35 km da casa mia, questo vuol dire arrivare a casa ogni sera abbastanza tardi, intorno alle 22, che, con un bimbo piccolo è già un problema.
Da quando mio figlio ha iniziato l’asilo è diventato difficile per me passare del tempo con lui, essendo obbligata a partire da casa alle 16 ogni giorno per andare al lavoro. Inoltre, lavorando anche tutti i sabati e le domeniche pomeriggio, è divenuto impossibile fare una gita, o anche semplicemente andare a mangiare un gelato insieme.
Ho chiesto la modifica del contratto, con l’inserimento di un orario settimanale “b” che prevedesse anche turni di mattina, ma mi è stato risposto che non è possibile perché ” i part time devono lavorare al pomeriggio”, quando c’è più affluenza. Peccato che le mie colleghe facciano i turni che a me vengono negati! Ho chiesto anche l’avvicinamento a casa, visto che c’è un negozio della catena anche nella città dove vivo. Ho dato la disponibilità anche per un’ulteriore diminuzione oraria, anche se sarebbe un sacrificio. Mi hanno risposto che nel negozio vicino a casa mia non hanno bisogno. Niente trasferimento.
Però, nello stesso periodo, un’altra persona, proveniente da un negozio di una città più lontana, ha ottenuto il trasferimento proprio dove l’avevo chiesto io. E si tratta di un mio pari livello. Oltretutto full time. Per me, 24 (o 20) h, non c’era posto. Per qualcun altro, 40h, invece sì!
Tutto questo mio fare richieste, oltre al fatto che non ho rinunciato al congedo parentale (come mi era stato chiesto), ha creato fastidio e astio nei miei confronti, da parte del direttore ma anche delle mie colleghe. Negli ultimi tre anni ho subito varie forme di qualcosa che credo si possa definire mobbing. Sia verticale che orizzontale, perché dove lavoro io non esiste solidarietà. Per garantirsi qualche privilegio e far bella figura col capo, le mie colleghe non esitano a pugnalare alle spalle.
Da quest’anno ho avuto problemi di salute, con crisi depressive e ansia, causate proprio dall’ambiente lavorativo insostenibile. Ho fatto della malattia, parecchia, e al mio rientro le cose non sono che peggiorate. Il direttore più di una volta mi ha urlato contro, dicendomi che sono una spina nel fianco, che mi devo licenziare, che tutti mi odiano, che non ho coscienza perché facendo malattia creo disagi alle colleghe.
Dal canto loro, le colleghe mi hanno tolto il saluto e mi mostrano ostilità in ogni modo possibile. Fanno finta che io non ci sia e non mi spiegano le nuove procedure, in modo poi da poter dire che non so fare niente. Poi, ogni tanto, qualcuna mi urla addosso con insulti assortiti. Mi sono sentita dire frasi come: “non me ne frega niente se hai dei problemi”; oppure: “sono cazzi tuoi se hai fatto un figlio”; “non me frega se hai una famiglia”.
Proprio ieri, una mia collega è sbottata perché non le ho risposto abbastanza celermente al telefono e si è messa ad urlare come una matta, dandomi della cretina coi clienti che guardavano sbigottiti. Il tutto col beneplacito del direttore, che ultimamente mi ignora totalmente ma istiga le colleghe contro di me. Ieri, mentre questa urlava a squarciagola, lui guardava sogghignando!
Intanto, mi lasciano sempre sola a fare chiusura, a volte per l’intero turno, in modo che non possa nemmeno andare in bagno e che arrivi a casa il più tardi possibile. E pace se si formano code in cassa!
Ecco, questa è a grandi linee la mia storia e mi scuso per la lunghezza della mail… E non ho nemmeno detto tutto!
Le sarò molto grata se avrà la pazienza di leggere tutto questo papiro!
Non chiedo niente in particolare, volevo solo raccontare a qualcuno che forse non mi risponderà: ma ritieniti fortunata che hai un lavoro!
Intanto le porgo i miei più cari saluti e la ringrazio per la sua attività e sensibilità. Noi siamo molto soli…
Cordialissimi saluti, Claudia

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