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Commessi dei supermercati: 1 su 5 è positivo al Sars-CoV-2: lo studio americano

Coronavirus, come stanno i commessi dei supermercati? Uno studio su un punto vendita americano rivela il 20% di positivi al tampone

Come stanno i commessi dei supermercati, dal punto di vista del contagio da Sars-CoV-2 e da quello della tenuta psicologica? La domanda è importante, perché chi lavora nei negozi di alimentari, e soprattutto nella grande distribuzione, non ha mai interrotto l’attività, ed è stato (e tuttora resta) quindi più esposto di altri all’infezione da coronavirus. Finora, tuttavia, non ci sono quasi stati studi volti a chiarire la situazione: le rilevazioni più significative sono state tutte condotte sul personale sanitario, che ha pagato un prezzo molto alto durante la pandemia.

Ora però un’indagine pubblicata su Occupational & Environmental Medicine, una rivista del gruppo British Medical Journal, e condotta in un supermercato di Boston, negli Stati Uniti, inizia a fornire qualche risposta, sia pure parziale. I ricercatori della Chan School of Public Health dell’Università di Harvard, nello scorso mese di maggio, hanno sottoposto al tampone oltre cento commessi di un supermercato. Poi hanno chiesto loro di rispondere a due questionari utilizzati normalmente per definire il livello di ansia e depressione, e di dare informazioni dettagliate sulle loro abitudini, sullo stato di salute, su eventuali contatti con persone infette nei 14 giorni precedenti, sul ruolo all’interno del negozio e sul rispetto del distanziamento e delle altre misure preventive.

Il risultato è stato che circa uno su cinque era positivo al tampone. Si è riscontrata cioè una prevalenza del 20% circa, molto più alta di quella della popolazione locale in quei giorni, che era compresa tra lo 0,9 e l’1,3%. La stragrande maggioranza dei positivi, però, era asintomatica (il 76%). Tra chi ha contratto il coronavirus, inoltre, il 91% aveva un contatto diretto con il pubblico, rispetto al 59% tra i dipendenti risultati negativi. In media, la probabilità di infezione tra chi aveva a che fare con il pubblico è risultata essere cinque volte superiore rispetto a quella dei colleghi con ruoli che non prevedono rapporti con i clienti, e quella di chi aveva un ruolo apicale nel punto vendita era addirittura sei volte più alta.

Per quanto riguarda gli aspetti psicologici, circa un quarto dei lavoratori ha riferito ansia leggera e solo la metà di essi ha dichiarato di essere riuscito a mettere in pratica le misure preventive. Al contrario, tra coloro che non si sentivano ansiosi, la percentuale di chi era in grado di rispettare le indicazioni anti-coronavirus era molto più alta, del 76%. Lo stesso, non a caso, si è verificato tra gli otto dipendenti che si sono dichiarati depressi: anche loro avevano avuto più difficoltà a mantenere il distanziamento, ad adottare le precauzioni consigliate con i clienti e a modificare la modalità di spostamento tra il domicilio e il lavoro, al contrario del 90% di coloro che non si sentivano depressi e che avevano iniziato a usare la bicicletta o la propria automobile oppure ad andare a piedi, evitando i mezzi pubblici.

Naturalmente aver fotografato che cosa stava succedendo in un certo momento in un solo supermercato non significa aver inquadrato la situazione a un livello più ampio, fanno notare gli autori. Tuttavia, le differenze rispetto alla popolazione generale e nei diversi ruoli sono risultate molto significative, e suggeriscono che il personale dei supermercati, ovviamente molto esposto, venga contagiato spesso, e oltre ad ammalarsi possa costituire un serbatoio di infezione. Per questo bisognerebbe fare di più per implementare ovunque una strategia di regolari tamponi a tappeto, di tracciamento, di dotazione delle opportune protezioni. Senza trascurare azioni mirate che si facciano carico anche delle loro condizioni psicologiche, per il loro benessere e perché questo, a sua volta, contribuisce al successo delle politiche di contenimento del virus.

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