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Da direttrice a commessa: se sei mamma ti insulto!

Siamo in un centro commerciale, il negozio è di telefonia ma non importa. Non importa neanche dove. Quello che importa è la condizione di lavoro di una commessa, una mamma, una donna, una moglie:

Scordati il part time che mi hai chiesto, devi farti il c…a lavorare dato che sei una super mamma e hai voluto dei figli… vedremo quanto sei dura; ti ho assunto sperando fossi sterile ed è solo grazie alle terapie che me lo hai tirato in c… .

E’ quanto riporta Massimo Mugnaini su Repubblica nell’edizione di Firenze. Ai più sembrerà assurdo, d’altronde stavolta la notizia ha superato le “mura di cinta” del centro commerciale, celando la polvere che si cela sotto il tappeto di quella cattiva occupazione. Di storie come queste ne ho ascoltate e raccontate molte, alcune le ho riportate su questo Blog, ma molte altre restano nascoste dalla paura e dall’omertà che soffoca le tante lavoratrici del commercio. Una vera e propria apartheid delle commesse.

Salario, abbattimento della precarietà, possibilità di passare dal part-time al tempo pieno, contenimento della discrezionalità delle direzioni e contrattazione dei tempi e dei turni, e, non ultimo, libertà di parola e di critica, queste sono le questioni in campo.

Ma torniamo alla mamma del negozio di telefonia del centro commerciale. Quasi quarant’anni, tanta fatica per concepire due gemelline e la sorpresa di veder trasformarsi un evento così bello, la maternità, in un calvario. Sono cominciati i “suggerimenti” a non rientrare al lavoro, visto che era stata assunta una sostituzione, si è vista negare il part-time ed infine, quando la lavoratrice ha chiamato per un ritardo causato da un problema di salute di una delle due gemelle, è stata subissata di offese e minacce.

La commessa si è rivolta in tribunale e, udite udite, ha anche perso ed è stata costretta a pagare le spese legali alla direttrice del negozio e suo marito, il titolare. Per il giudice di primo grado queste telefonate, confermate da più testimoni, rappresentavano “un deprecabile diverbio”. Ma la Corte d’Appello ha ribaltato il giudizio: la mamma, che nel frattempo si è licenziata, ha subìto “discriminazione di genere” e va risarcita con 10 mila euro.

L’episodio è del 16 giugno 2010. La commessa è rientrata a lavorare a tempo pieno da tre giorni, orario 15.30-22.10. Al mattino scopre la figlia piena di macchie rosse sulla pelle. Durante la corsa in ospedale la donna chiama preoccupata la direttrice, le spiega l’accaduto e chiede una sostituzione qualora non riesca ad arrivare in tempo al lavoro. Per fortuna in auto c’è anche la sorella e la telefonata è in vivavoce:

Per colpa tua e dei tuoi figli ho dovuto assumere un’altra persona, se non vieni al lavoro alle 15.30 in punto ti faccio il culo, mi sono rotta i c… di te e dei tuoi figli e non me ne frega un c… se tua figlia sta male – sproloquia la solerte direttrice – procurati una fottuta baby sitter, vendi l’auto se non puoi pagartela, devi rientrare al lavoro di corsa e stai attenta perché questo è l’ultimo avvertimento che ti do.

Insomma, frasi aberranti ma più frequenti di quanto si possa immaginare.

Autoritarismo, precariato e lavoro nero: le donne sono le “vittime preferite” del sistema. Ma 10 mila euro sono un equo risarcimento del danno? E poi, quanti casi di donne umiliate e maltrattate ci sono, a fronte dei pochi casi che balzano ai disonori delle cronache? Sono certo che molte delle donne che leggeranno questo post potrebbero raccontare il loro, ma ahimè non lo faranno… questione di sopravvivenza e dovere di omertà!

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