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Dai centri commerciali alla scuola: la precarietà è tatuata sulla pelle

Siamo a Roma, è la vigilia di Ferragosto e la città è rovente. Siamo a Roma, in uno dei più noti centri commerciali della capitale, nella Roma bene, al quartiere EUR, con me c’è Irene, precaria della scuola.

In realtà sono in ferie, ma un gruppo di lavoratrici della Coop mi ha chiamato per fissare un incontro. Giovani e non più giovani donne, vittime della quotidiana e standardizzata vita di tante commesse: alle prese con il basso salario, alla ricerca di una stabilità contrattuale, in difficoltà nel conciliare i tempi di vita con quelli di lavoro. Il tutto in totale assenza di libertà di parola e di critica. Insomma, storie come tante… Storie di commesse…

Potrebbe sembrare una giornata qualunque della vita di ogni sindacalista, ma no, stavolta non lo è. E non perché siamo alla vigilia di ferragosto, ma per l’incontro di due precarietà differenti che hanno scoperto tanti punti in comune, tante similitudini. Che hanno scoperto, con simbolismi differenti, che la precarietà è tatuata finanche sulla pelle.

Tanto che, ad un certo punto, mi sono fatto un po’ da parte, mi sono reso spettatore del loro scambio di esperienze ed ho fotografato quei tatuaggi; quegli interrogativi su futuro che, ognuna a proprio modo, ha disegnato indelebilmente sul proprio corpo.

Un codice a barre ed un punto interrogativo: simboli forti e colmi di significato. L’omologazione di una merce e l’indeterminatezza del futuro. La difficoltà di ogni donna nel mondo del lavoro… che donna non è!!

Perché le donne guadagnano il 30% in meno degli uomini; superano gli uomini nella percentuale dei lavoratori colpiti dal mobbing; firmano le dimissioni in bianco; se partoriscono sono discriminate sul lavoro e lamentano come “conseguenza” della maternità: abbassamenti della qualifica professionale, modifiche nei turni e spostamenti di reparto; subiscono molestie e ricatti sessuali sul lavoro; hanno un tasso di disoccupazione e di inattività più alto di quello degli uomini; hanno un tasso di occupazione part time più alto di quello degli uomini; ricoprono pochissimi posti apicali sul lavoro; finiscono nella palude della precarietà, costrette a contratti instabili più di quanto non succeda ai loro colleghi uomini.

Potrei continuare, per ore, ma torniamo a Chiara ed Irene: al loro dialogo serrato, al loro scambio di esperienze precarie. Al mio ammirare la loro costruzione di un’iniziativa capace di mettere assime quel codice a barre e quel punto interrogativo.

Il popolo dei senza domeniche, gli invisibili lavoratori del commercio, che non hanno scelta. Non possono decidere cosa fare. Non possono decidere come trascorrere una giornata che per sua natura è dedicata alla socialità, al riposo, alla riflessione, alla cultura, allo sport. Che non possono programmare il futuro, neanche quello prossimo, ostaggio di turni cambiati anche con un colpo di telefono e annegati in un lavoro totalizzante, violento e mal pagato.

Le precarie della scuola materna e dei nidi d’infanzia. Donne il cui futuro è “il giorno dopo”. Un orizzonte limitato e l’impossibilità di programmare alcunché, condizione inesorabile di un “soggetto a venir meno”, con un lavoro provvisorio e non garantito. Donne che, per riuscire a racimolare un salario degno di tal nome, si barcamenano facendo le promoter, le baby-sitter e qualche altro lavoretto qua e là.

L’incontro delle due precarietà ha portato i sui frutti, tanto che Chiara ed Irene stanno costruendo un’iniziativa l’una a sostegno dell’altra. Le donne della Coop e le precarie della scuola hanno molto in comune. Potremmo scoprire altri tatuaggi, altre precarietà che potrebbero interloquire e scoperchiare il becero maschilismo che governa i luoghi di lavoro, culla della violenza di genere.

Voglio concludere questo racconto con un sogno. Il sogno di Giorgia, precaria della scuola anch’essa e fantastica padrona di casa del mio ferragosto al mare. Figlia di una precaria della scuola che a 52 anni ancora ancora aspetta un contratto stabile. Insomma, figlia d’arte.

Anche Giorgia ha un punto interrogativo tatuato, sul polso. Anche lei è una precaria della scuola, una ragazza come tante che conserva intatti tutti i sogni di un’intera generazione che non ha più diritto di sognare.

Ma Giorgia ha un talento, Giorgia danza e, tra una supplenza e l’altra, corre a perdifiato verso la sua passione. Bene, tra un bagno, un aperitivo e la cena, Giorgia ci ha raccontato del suo progetto, del suo spettacolo che sta preparando per aprile. Uno spettacolo che avrà come tema proprio la violenza sulle donne. Io sgomiterò per essere in prima fila, e voi?

A Giorgia, Irene, Chiara e a tutte quelle precarie che non smettono di sognare e lottare per un futuro migliore, il mio in bocca al lupo più sentito e il mio appoggio incondizionato!!

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