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Dal diario di una cassiera: il turno spezzato

“Ciao Francesco, ti mando queste due righe per esprimere la condizione di disagio vissuta da tante cassiere come me. Donne alle prese con difficoltà di ordine pratico; donne che si barcamenano tra la gestione della famiglia e la cura dei figli, passando attraverso un lavoro estremamente totalizzante.”

Irene (il nome è di fantasia), è riuscita a dipingere con poche e semplici parole la miglior sintesi di cosa rappresenti un turno spezzato alla cassa. Purtroppo una storia come tante, la storia di una donna che non vive il lavoro con dignità, con libertà. Che è costretta a viverlo come una colpa, con la frustrazione di non poter stare accanto ai propri figli, finanche di domenica e nei giorni festivi.

In punta di piedi vi lascio alle sue toccanti parole:

Buongiorno a tutti, sono le sei e fuori è ancora buio. Comincia una nuova giornata anche per me…
Con un solo occhio aperto, alla ricerca della sveglia, comprendo, quasi con frenesia, che ho un’ora di tempo per preparare la colazione, le merende e la cena da scaldare stasera. Il tutto prima che in casa inizi il caos. Usciti mio marito e i miei figli, per fortuna, ho un’altra importantissima mezz’ora di tempo per sistemare a casa, caricare una lavatrice, sistemare me stessa e uscire di corsa, anche oggi, per questa avventura lavorativa: il turno “SPEZZATO” alla cassa.
Immancabilmente, ogni mio giorno lavorativo comincia con il sorriso, un po’ per natura caratteriale, un po’ per pura sopravvivenza emotiva… fino… al primo… al primo cliente, un poco burbero… un poco bisbetico… come quello delle ore 9.18. Ebbene si, guardo sempre l’orario nei momenti cruciali, per ricordare meglio l’accaduto e l’interlocutore. Ricordo quest’uomo giovanile ed inizio come sempre… “Signore, ha la tessera?”
Il bisbetico… “Certo, se mi dà il tempo di prenderla.”
Io… 1… 2… 3… sorriso… “Mi scusi, e le buste le occorrono?”
Il bisbetico… “E secondo lei dove me la metto la spesa?”
Io… 1… 2… 3… 4… 5… “Certo, allora glie ne passo qualcuna.”
Cerco di tenere bene a mente che in fondo le giornate storte le abbiamo tutti. Ma alla fine, a scontrino emesso, la fatidica frase temuta da molte cassiere… “scusi signora, avrei questo buono spesa, può scalarlo da qui o può darmi i contanti in cambio?”. Ho contato almeno fino a 10 stavolta; ho risposto che ormai lo scontrino era stato emesso, ma sarei stata felice di decurtare l’importo dalla spesa la volta successiva, visto che contanti non potevo renderne. Ho dovuto far fronte a tutto il mio self-control quando, di rimando, mi sono sentita definire come “troppo fiscale”.
A volte mi chiedo se i bisbetici abbiano mai dovuto lavorare, oppure pensino semplicemente che le regole le facciano le povere cassiere del supermercato. Osservo i clienti successivi, qualche chiacchiera con i bambini, che mettono sempre un poco di brio, e finalmente arrivano gli altri colleghi. Le file si allentano e, tra una spesa e l’altra, con il sottofondo monotono dei tanti bip-bip arrivano le 14: l’ora del pranzo. 
Decido di rimanere nel centro commerciale, come sempre. Il solito panino sulla panchina che, al confronto con il mio divano, è una possibile fonte di depressione. Ma ormai quella fredda panchina di marmo è divenuta un pochino la mia panchina, il mio rifugio alla solitudine. Prendo un caffè con una collega, Antonella; mi rincuoro un pochino sentendo per telefono i miei figli appena usciti da scuola; mi raccomando con loro: “scaldatevi la cena e comportatevi bene”. Un sorriso amaro mi appare sul viso e Antonella, attenta e complice, sorride con me.
Inganno il tempo guardando qualche vetrina in giro per il centro commerciale, pur non potendo comprare molto; ma ho due ore di tempo libero e simulare lo shopping è meglio di niente. D’altronde, per andare e tornare da casa, volerebbero via altri 10 euro di benzina; un prezzo troppo salato per passare appena 10 minuti sul mio amato divano.
Arrivano le 16, è ora di riprendere servizio. Mi affretto in cassa perché vedo che i colleghi sono in difficoltà, ma i clienti spazientiti mi ostacolano nel passaggio verso la cassa a me destinata dal rigoroso ordine di servizio: la numero 18. Ma la cassa 18 è un po’ lontana, così decido di mettermi in cassa 5 per allentare velocemente le file, con l’intenzione di spostarmi appena possibile in cassa 18.
Vengo ringraziata da alcuni clienti per la prontezza, un paio invece si lamentano per l’attesa fatta fino ad allora. Ma soprattutto noto qualcuno che mi osserva in modo severo, pungente. E’ il direttore. Penso che debba darmi una comunicazione, si avvicina. A dire il vero mai avrei pensato, tanto meno oggi, che potesse riprendermi davanti a tutta quella gente, chiedendomi il motivo per cui non fossi arrivata alla mia cassa predestinata. Spiego la situazione, che tra l’altro deve aver per forza veduto anche lui; una cliente esprime il suo appoggio alla mia scelta, ma poi, alla fine, mi risuonano in testa per tutto il resto del turno le parole di ghiaccio del severo direttore… “Che non si ripeta mai più”.
Un altro momento importante… guardo l’orologio… ore 16.35… in fondo mancano soltanto 5 ore per tornare sul mio amato divano, con mio marito, con i miei figli.

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