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Denunciati: minacciavano e pagavano la commessa 200 euro al mese in nero

Uno stipendio di duecento euro al mese, ovviamente in nero, per una commessa di un negozio di giocattoli. Quello il compenso in cambio di orari massacranti e nessun riposo settimanale. Denunciati dalla Guardia di Finanza di una provincia siciliana, ma la notizia ha dell’incredibile. O forse no.

La ragazza aveva necessità economiche e i suoi aguzzini se ne sono approfittati senza pietà. E purtroppo non è un caso isolato. La categoria passa per “lamentosa” e si sente ripetere in coro: “ringrazia Dio che lavori”, ma questo non è lavoro. Sono condizioni schiavili e mostrano quanto c’è bisogno di ristabilire la verità prima e i rapporti di forza poi.

Quello che mi lascia più sconcertato è il modo in cui è emersa a vicenda. Non si è giunti alla denuncia attraverso le organizzazioni sindacali, ma i finanzieri sono risalti alla commessa dopo un controllo di routine nel negozio, e incrociando alcuni dati con quello che vedevano su Facebook. Già, perché le commesse sono sole e si sfogano su Facebook. E quando i militari hanno chiamato la commessa in caserma, lei ha confessato tutte le angherie subite, comprese le minacce.

Ed è stato proprio l’incrocio delle informazioni acquisite da Facebook con le risultanze delle banche dati in uso al Corpo della Guardia di Finanza, a fare luce sull’intera vicenda. I militari, infatti, hanno individuato un profilo Facebook virtuale intestato al negozio ma amministrato da una ragazza che non risultava essere tra i dipendenti regolarmente assunti dalla società.

I finanzieri hanno quindi invitato in caserma l’amministratrice della pagina Facebook che ha fornito dettagli e particolari riprovevoli sulle condizioni di lavoro a cui è dovuta sottostare per diversi mesi. Ha detto di essere stata più volte minacciata di licenziamento e di aver accettato il lavoro in quanto i titolari avevano promesso di assumerla regolarmente.

Nessun giorno di ferie, straordinari mai retribuiti, obbligata a lavorare anche gratuitamente e da ultimo costretta a non denunciare in quanto, per via delle vantate “importanti conoscenze” dei titolari dell’azienda, non avrebbe più trovato impiego nel suo paese.

La giovane commessa, proprio nel settembre 2017, fu cacciata via dal negozio e costretta a nascondersi per evitare di essere controllata dai finanzieri che di lì a poco sarebbero intervenuti. Ora gli imprenditori, per il reato di sfruttamento del lavoro aggravato dalla minaccia, rischiano la pena della reclusione da 5 a 8 anni e sanzioni amministrative che superano i 5.000 euro.

Questa la cronaca di quanto proviamo a denunciare ogni giorno, una cronaca indegna di un paese che prova ancora a definirsi civile. Questa la condizione di tanti, troppi addetti del settore. Bene, cominciamo a denunciare, a metterci insieme per combattere chi prova a farci schiavi e torniamo a dare dignità a questo lavoro. Se ne sente davvero il bisogno.

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