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Ecco come muore un eroe

La morte del giovane Dario in un cantiere romano avvenuta ieri, morte di un eroe che cercava disperatamente di salvare i suoi compagni di lavoro, ci riporta di colpo a un’amara realtà. 21 morti per lavoro nel Lazio dall’inizio dell’anno, 228 registrati in tutta Italia. Una crisi che arricchisce chi mette in pericolo i lavoratori, chi specula, chi sfrutta.

Veri e propri omicidi che il capitale considera “danni collaterali”. Una classe dirigente senza scrupoli che depenalizza le norme in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, moralmente responsabile della morte dei sette operai della Thyssen, dei sette cinesi di Prato, dei tanti operai morti all’Ilva di Taranto, della strage di Viareggio, delle troppe morti sul lavoro meno note ma non per questo meno tragiche.

Ma questo è il paese del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “cambiare tutto per non cambiare nulla”. E le recenti elezioni ce lo hanno confermato. Il nuovo che avanza ha vinto, il nuovo che avanza è il vecchio che si trasforma, si modella, si adatta. Si chiami come si chiami, abbia le TV, sia un Banchiere o un rampante giovanotto. E mentre nei talk show politici continuano ad andare le analisi elettorali tra sorrisi, soddisfazione e finti conflitti, nel paese gli eroi continuano a morire sotto i colpi della crisi.

Domenica scorsa, durante la tornata elettorale, una cassaintegrata Fiat da sei anni, che nel 2011 aveva scritto un articolo in cui parlava del tentato di suicidio di un collega, è stata accoltellata a morte dalla cassa integrazione che ha armato il suo stesso braccio. Maria è stata uccisa da uno Stato che non ha saputo difenderla, come tanti, troppi altri eroi.

Ma qual è il ruolo dello stato? Quello stato che legifera e dovrebbe controllare con la mano destra, mentre con la sinistra sostiene e propaganda l’esigenza di aiutare le aziende a stare sul mercato? Lo stato, sempre di più, chiude entrambi gli occhi per il “bene” del mercato, promuove politiche di flessibilità e di bassi salari lasciando i lavoratori in balia del dispotismo padronale. Queste politiche sono divenute appannaggio anche della sinistra e dei sindacati di palazzo, pronti a voltare lo sguardo per non disturbare il manovratore e per proteggere e promuovere lo sviluppo delle “proprie” aziende.

Tutto è subordinato al bene delle imprese, anche le nostre stesse vite, questa è l’ideologia che le forze politiche e i sindacati complici hanno diffuso, purtroppo anche tra i lavoratori. Solo se le aziende hanno successo, fanno profitti, resistono sui mercati, si conserveranno lavoro e salario; di conseguenza si devono comprendere le difficoltà e non si deve richiedere il rispetto delle norme. Insomma, secondo Lorsignori i lavoratori dovrebbero consegnarsi senza condizioni ai “prenditori” di questo paese che li vogliono schiavi del profitto.

Io respingo al mittente questa logica, ogni morto e ogni infortunio sul lavoro è un fatto che mi riguarda, che ci riguarda tutti. Non smetterò, nel mio piccolo, di esercitare il controllo sulle condizioni di lavoro e continuerò a lottare per la riconquista di condizioni di maggiore salute e sicurezza, le nostre vite valgono di più dei loro profitti.

Il mio pensiero va a Maria, a Dario, a tutti quelli che sono usciti di casa al mattino per andare al lavoro e non vi sono mai più tornati. va ai parenti che non li hanno mai più abbracciati, a tutte quelle mamme, quei papà, quelle mogli e quei figli che anche quest’anno subiranno la fredda conta delle statistiche e la falsa retorica dei buoni propositi.

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