fertility day commessa ministra lorenzin

Fertility day: la commessa alla Ministra Lorenzin

E così alla fine è arrivato, questo Fertility Day. Nonostante le polemiche, nonostante lo sdegno, e nonostante l’amarezza. E’ arrivato e ho voglia di fare due chiacchiere con le mie amiche, tutte, inclusa Lei, signora Ministra. Ho voglia di raccontarvi una storia, come fossimo sedute al tavolino del bar a bere un caffè, dopo aver lasciato i bambini a scuola. Vi racconto di mia sorella la commessa e di quello che le è successo nel giorno del Fertility Day, al lavoro. E ve lo racconto in confidenza, come una persona che si fida di chi ha davanti.

Mia sorella ha 34 anni, due bambini piccoli lavora da oltre dieci anni in un discount tedesco, molto famoso, quello blu e giallo. Lei ha un contratto part time da 24 ore settimanali e, nonostante su quello stesso contratto sia indicato che i suoi turni devono essere equamente distribuiti tra mattine e pomeriggi, mia sorella, da quando è diventata mamma, lavora il più delle volte fino alle 22.30. E difficilmente 24 ore a settimana, perché lo straordinario è misteriosamente diventato obbligatorio, perché altrimenti “rischi il posto”.

Che poi lo sappiamo noi mamme cosa succede quando torniamo a casa alle 23, vero Ministro? I bambini dormono… ma che importa se oggi non li abbiamo visti per niente perché li abbiamo lasciati all’asilo stamattina e, quando noi siamo uscite per andare a lavoro, loro erano ancora a scuola? Non importa no, perché i bambini possono benissimo crescere senza vedere la mamma un giorno a settimana. O forse due. E magari anche tre, o quattro.

Tornando alla mia storiella da caffetteria, il 22 settembre è stata una delle rare giornate in cui mia sorella avrebbe finito il suo turno alle 11 di mattina, avendo cominciato molto presto. Era davvero felice perché finalmente avrebbe preso il suo bambino a scuola a mezzogiorno, e avrebbero mangiato insieme i tortellini freschi. Li avrebbe comprati al negozio di pasta all’uovo, fatti a mano come piacciono ai suoi bambini.

Ma quando alle 11.35 si avvicina allo spogliatoio per prendere la borsa e andarsene, il suo capofiliale le dice che lei “non va da nessuna parte”, che c’è bisogno di (altro) straordinario e che a lui non importa nulla “se i suoi bambini devono uscire da scuola”.

Ministro, lo sa che a volte può succedere che il papà, i nonni, gli zii, la migliore amica o il cugino di quinto grado siano tutti impegnati e quindi nessuno possa andare a prendere un bambino di quattro anni a scuola? Lo sa che mia sorella si è dovuta sentire dire che lei è una nullafacente menefreghista perché ha scelto di andare a prendere suo figlio a scuola? Lo sa che se al suo posto ci fosse stato un papà, chiunque lo avrebbe indicato come un “bravo papà” che mette la propria famiglia davanti a tutto? Lo sa che mia sorella in macchina, al telefono con mia mamma, piangeva e si sentiva una fallita? Lo sa che non può opporsi a questo tipo di trattamento perché viene continuamente minacciata di essere trasferita a centinaia di chilometri da casa?

Mia sorella si chiama Federica, e Luana, e Maria, e Francesca, e Rita, e Manuela, e Patrizia, e Paola. Mia sorella si chiama Mamma, come tante altre mamme che, a lavoro, si sentono discriminate per essere colpevoli di aver dato la vita ad un altro essere umano, e si sentono ripetere, quasi ogni giorno, che sono sostituibili, che devono dimostrare di meritare il proprio posto di lavoro.

Quindi, in confidenza, credo che prima di invitare le donne a “fare figli”, come se un figlio fosse un assioma e non un desiderio legittimo, bisognerebbe provare a dire, a quelle donne “non preoccupatevi, se avrete un figlio sarete tutelate, e rispettate, e aiutate”.

Ma questo è solo un mio pensiero, e questa è solo una storiella da caffetteria.

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