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I dati gonfiati sui lavoratori occupati: ecco le conferme

Questo studio ci svela come e quanto sono gonfiati i dati sui lavoratori occupati. Le fonti sono quelle istituzionali: Istat, Eurostat, Ministero del Lavoro. Ma la chiave di lettura è scevra dalla propaganda e il quadro è drammatico.

Che l’Italia sia il fanalino di coda dell’Europa, che sia lontana dagli obiettivi UE 2020, che non arriverà mai al 75% dell’occupazione con il suo ridicolo 58,5% di tasso di occupazione (Dato ISTAT), è un dato di fatto, è certo, sicuro! Ma questo, a mio avviso non autorizza a gonfiare i dati, a stravolgerne il senso dei numeri, a ubriacarci di “essere fuori dalla crisi”, “essere in lieve ripresa”, tra note congiunturali, indici, attivazioni e cessazioni di rapporto di lavoro.

Partiamo da un concetto base: per essere definito occupato ed entrare nella statistica nazionale basta, nella settimana di riferimento a cui sono riferite le rilevazioni: “aver svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura (Glossario – in Il mercato del lavoro 2018- verso una lettura integrata – lavoro congiunto del gruppo di lavoro tecnico e del Comitato di indirizzo dell’Accordo fra Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal). Dunque in quel 58,5% c’è anche lui! Quello che di fatto sarebbe un disoccupato che per aver lavorato una o poche ore esce dal tasso di disoccupazione ed entra in quello degli occupati!

Il dato più giusto da prendere in considerazione non è dunque quello di “occupato”. Non siamo più lavoratori ma entità frantumate in ore di lavoro! Il dato più giusto da utilizzare è allora quello di “Unità di lavoro a tempo pieno”. Vale a dire che bisogna riunire più persone per formare una unità. La definizione (tratta dallo stesso glossario su menzionato) è infatti “le unità di lavoro rappresentano le posizioni lavorative ricondotte a unità equivalenti a tempo pieno”

Sotto questa lente i dati allora sono più reali, veritieri. Non ci sbagliamo nel notare che non c’è nessun cambiamento dalla “Crisi”, nessun livello “precrisi” raggiunto, nessuno spiraglio. Non ancora. Ce ne eravamo accorti nella realtà, nelle quotidianità del nostro vivere con e in mezzo agli altri. E’ purtroppo tutto vero.

Nello stesso rapporto del Ministero del Lavoro riusciamo a vederlo nel grafico che segue. La linea gialla sono gli occupati, tra cui i lavoratori di una sola ora, di poche ore, di meno di un mese di lavoro, i lavoratori intermittenti, i somministrati e i tempi determinati con brevi contratti a “tempo”, unitamente agli altri. E questa linea pare dunque evidenziare un innalzamento, con lieve fluttuazioni certo, ma comunque una salita fino a raggiungere quasi il livello del 2008. Ma osserviamo invece la linea verde , le unità di lavoro equivalente.

Sono queste le posizioni “virtuali” che permettono almeno un lavoro full time, un lavoro che dia una possibile dignità di lavoro. La linea è ad oggi ancora a più di 4 punti percentuali al di sotto del livello del 2008.

La tabella seguente ci mette in evidenza qualche dettaglio in più. Il numero di Unità di lavoro equivalente non solo sono ancora inferiori al 2008 (poco più di 25 milioni nel 2008 e poco più di 24 milioni nel 2018) – un milione in meno! Ma le ore lavorate per occupato, e dunque per singole “persone”, di fatto sono diminuite di oltre 60 ore dal 2008 al 2018.

A tutto ciò aggiungiamo che i dipendenti a termine, somministrazione, tempo determinato ecc., sono aumentati e che il part time involontario è in forte aumento.

Non può dunque stupire, ma anzi appare una naturale conseguenza, che oltre a non poter raggiungere i livelli europei per tasso di occupazione, la povertà non la troviamo soltanto fra chi il lavoro non ce l’ha, ma anche tra chi pur lavorando non trova condizioni degne per vivere. Siamo al quinto posto in Europa, per i dati comparativi visionabili tra gli anni 2010-2017, come tasso di “Occupati a rischio di povertà”

L’ultimo rapporto sulla povertà in Italia del 2018 a cura dell’ISTAT mostra un ulteriore peggioramento dei dati nazionali mostrando nel 2018 con un innalzamento del tasso addirittura di lavoratori che già si trovano nella condizione di povertà assoluta con l’1,5% in posizione lavorativa di dirigente, quadro o impiegato e il 12,3% per operai e assimilati.

FIGURA 1. INCIDENZA DI POVERTÀ ASSOLUTA E CONDIZIONE PROFESSIONALE DELLA PERSONA DI RIFERIMENTO. Anni 2017-2018, valori percentuali (a)

Il lavoro a volte lo si trova per poche ore, per bassi salari, il lavoro che non ci restituisce nemmeno la dignità della sopravvivenza. Che importa dunque non arrivare al 75% di occupazione che vuole l’Europa? Siamo lontanissimi! Guardiamo la miseria che c’è per risanarla invece di inneggiare a paradisi irraggiungibili.

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