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Il lavoro domenicale, Zara e la bufala sul Blog del Fatto Quotidiano

Si fa presto a dire bufala, soprattutto se la definizione arriva da chi è parte in causa e si spaccia per osservatrice neutrale. Soprattutto se le “bufalate” sono le lavoratrici Zara.

Il post della Signora Correddu sul Blog del Fatto Quotidiano mi indigna ma non mi stupisce, affatto. Dopo una brevissima ricerca in rete ho scoperto, assieme alla responsabile dei Blog del Fatto Quotidiano, che la signora è una delegata Filcams CGIL, ergo si è difesa il suo “bel contratto”. Normale dialettica sindacale direte voi. Certo, se la signora avesse svelato di essere parte in causa, cosa che è stata costretta a fare soltanto dopo le mie giuste rimostranze.

Insomma, nel suo box autore è magicamente comparso il motivo di tanto accanimento nei confronti di un post del Blog di un umile sindacalista di base dell’USB: Viviana Correddu – delegata Filcams CGIL.

Ma veniamo al merito e torniamo, ahimè, alle bufale vere e alle “bufalate”, ovvero le tante lavoratrici Zara che sono costrette tutti i giorni a fare i salti mortali per gestire i tempi di vita e di cura della famiglia. Alcune delle quali sono quelle che hanno consegnato alla signora un’immagine tragi-comica “della delegata sprovveduta che si fa infinocchiare dall’azienda e dai sindacati.”

Bene, quelle lavoratrici la bufala delle 35 domeniche la vivono costantemente sulla loro pelle e per loro passare una domenica con i propri cari diventa una corsa a ostacoli che si riduce in un appuntamento mensile, quando va bene. Questo è quello che mi indigna di più del fazioso articolo, la mancanza di rispetto nei confronti di chi paga dazio ad accordi che rendono sempre più esigibile il lavoro domenicale e tolgono ogni paletto in nome del profitto.

Ma non sto di certo scoprendo l’acqua calda. Tutto ebbe inizio con l’infausta finanziaria del 2011. Con un colpo di mano agostano, Sacconi, introdusse nella legge un articolo, il numero 8, che rappresenta un ulteriore colpo allo stato di diritto.

Leggere per credere.

“Fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro, le specifiche intese di cui al comma (i contratti di prossimità) operano anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2”.

E’ incredibile che una legge consenta ad un semplice accordo tra le parti di derogare ad un’altra legge. La gerarchia delle fonti viene annullata con un colpo di spugna. L’art. 8 infatti consente alla contrattazione aziendale e territoriale di derogare in peggio ai contratti collettivi nazionali e alle norme imperative che tutelano i diritti del lavoratore. E’ una norma che conferisce una potestà diretta ai rappresentanti aziendali dei sindacati maggiormente rappresentativi sul piano nazionale o territoriale. Sindacalisti di posto di lavoro, magari senza la adeguata esperienza, alla luce di questo articolo potranno sottoscrivere territorialmente accordi in deroga sia ai contratti nazionali che alle leggi del lavoro.

La norma prevede la possibilità con i contratti di “prossimità” – è questa la dicitura utilizzata per le intese di livello aziendale o territoriale – di derogare su un ampio ventaglio di materie: dal licenziamento, agli orari di lavoro, alla regolamentazione del part-time, alle mansioni e agli inquadramenti, fino alla disciplina delle assunzioni e dei rapporti di lavoro.

Va sottolineato che la norma è una conseguenza dell’accordo tra Cgil Cisl e Uil e Confindustria del 28 giugno 2011 che, riprendendo pedissequamente l’accordo del 22 gennaio 2009, ha introdotto la possibilità di derogare in peggio ai contratti nazionali. Sacconi è andato oltre inserendo anche la deroga alla legge dello Stato. La Cgil, tanto cara alla Signora Correddu, che non aveva firmato l’accordo del 22 gennaio, andò poi “a Canossa” nel 2011 sottoscrivendo in tale occasione un testo praticamente identico a quello precedente.

E’ la crisi bellezza… Il pretesto è sempre quello: la conservazione del posto di lavoro in cambio della perdita di altri diritti. Il risultato di questi anni è la perdita dei diritti e nel contempo del lavoro. Se andiamo a contare gli accordi e i contratti di secondo livello che modificano in pejus i pochi diritti ormai sopravvissuti, non la finiamo più, davvero.

Ma torniamo al contratto integrativo di Zara e leggiamolo in “sindacalese”, lingua tanto cara a chi sa ben fare propaganda. Intanto ricordo alla pignola Signora Correddu che non si tratta di un rinnovo, ma di una stipula. Un contratto che conta 6 pagine e mezzo di cui le prime 2,5 parlano di “diritti sindacali”. Tanti enunciati sui tempi di vita e poi la dura realtà: le turnazioni su moduli da 4/6 settimane, incastrate con i commi del suddetto contratto, consegnano alle lavoratrici turni che prevedono un riposo domenicale ogni 4/6 settimane.

Ad un sindacalista che si rispetti, però, non serve tanto leggere nelle pieghe di un contratto per scoprire la verità. Un sindacalista che si rispetti la realtà la osserva sul campo, parla con i lavoratori e fa i conti con le vere condizioni materiali che ricadono sulla carne viva delle donne e degli uomini che rappresenta, ormai allo stremo.

E in quella riunione che lei ha sbeffeggiato, Signora Correddu, è avvenuto proprio questo. Si è analizzata la realtà per quella che è e si è osservato che il contratto integrativo in vigore produce quello che lei ha definito “bufala”. Certo in un post di un blog non potevo fare un’analisi accurata, l’avremmo letta in due o tre forse. In un post di un blog ho tentato di fotografare le aberrazioni prodotte da accordi di secondo livello che apparentemente, a suon di paroloni, migliorano i contratti, ma nella realtà peggiorano la vita.

Potrei parlarle delle domeniche obbligatorie e dell’abolizione delle tutela piena della malattia, con il bene placito del suo sindacato di riferimento che ha contrattualizzato questo scempio. Potrei dirle che l’accordo a perdere firmato all’Ipercoop di Aprilia, che lei maldestramente sbeffeggia in fondo all’articolo, farà da apripista a molti altri siti produttivi, ma sarebbe inutile. Il suo intento non era fare luce sulle condizioni dei lavoratori del commercio, ma prendere le difese della “sua parte”.

Vede, cara Signora, da molti anni a questa parte i “pesi” sono maggiori dei “contrappesi” e nella “dinamica di compromessi e bilanciamenti che vanno analizzati sempre nel loro insieme”, i lavoratori escono sempre sconfitti. E questa è una realtà incontrovertibile e sotto gli occhi di tutti.

Quello che mi addolora è dover constatare che un giornale che reputo indipendente, ospiti come Blogger una Signora che si permette di pubblicare simili diffamazioni nel suo profilo Facebook, visibile a tutti:

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La serietà di una persona si vede anche dai comportamenti privati, e postare una simile affermazione non fa male a me, ma a tutti quelli che onestamente e senza alcun tornaconto militano in un sindacato di base. Mettendo a disposizione spazi di vita tolti alla famiglia, energie personali ed economiche, a volte il proprio posto di lavoro per cercare di migliorare questo schifo di società.

Vede Signora Correddu, se lei fosse avvezza al sindacato, saprebbe che le aziende ci prendono a bersaglio e tentano in ogni modo, servendosi speso degli accordi pattizi firmati anche dalla sua organizzazione sindacale, di sbatterci fuori dalle aziende perché unica voce fuori dal coro. Altro che “cragnotte”. Bene, mi auguro che un organo d’informazione così affidabile, che molto spesso ci vede collaborare per le sue inchieste, prenda atto dei suoi comportamenti.

La voglio salutare anche io ricordando Bruno Trentin (segretario generale della Cgil tra il 1988 e il 1994, scomparso il 23 agosto del 2007). Lo voglio ricordare per la notte del 30 luglio 1992, durante la quale firmò l’accordo che eliminava la scala mobile, e poi si dimise da segretario della Cgil. Una delle grandi tappe di erosione dei nostri diritti e del nostro salario.

Un saluto

Francesco Iacovone

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