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Il NO al lavoro domenicale: tra sacro e profano

La strana alleanza che si è costituita per dire no al lavoro domenicale mi fa riflettere su quanto ancora c’è da lavorare sulle coscienze dei lavoratori del commercio.

Con la scusa degli standard europei il decreto “Salva Italia” ha completamente liberalizzato gli orari degli esercizi commerciali. La crisi del commercio, però, non ha nessun collegamento con le aperture e la liberalizzazione degli orari ma nasce dalla mancanza di reddito diretto ed indiretto dei cittadini. Così le mirabolanti promesse di crescita occupazionale all’indomani del decreto Monti si stanno traducendo oggi in chiusure di migliaia di imprese piccole e grandi, che non reggono la concorrenza, e le nuove assunzioni nella Grande Distribuzione Organizzata sono rimaste lettera morta e si sono tradotte in aumento di carichi di lavoro degli occupati e già precarizzati lavoratori dei centri commerciali.

In questo quadro a tinte fosche si sono alzati i cori dei “no al lavoro domenicale e festivo”. Ma quanto questi NO sono nell’interesse delle donne e degli uomini del commercio? Qualcuno potrebbe obiettare che un No è pur sempre un No, ma io non credo si possano tenere insieme interessi così divergenti, così come non credo che la battaglia contro il lavoro domenicale possa essere combattuta e vinta dietro la tastiera di un PC o attraverso una firma apposta su di una petizione.

Tralasciando la farsa sindacale riguardo alle aperture dei negozi e centri commerciali nei giorni festivi, ovvero la (presunta) contrarietà da parte di Cgil-Cisl-Uil alle aperture in queste date, andiamo a capire chi e soprattutto perché è contrario a questo scempio.

I primi a muoversi sono stati i commercianti che, preoccupati dalla concorrenza improba con le grandi catene commerciali, hanno cominciato a passarsi parola fino a strutturare una vera e propria raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che regolamenti le aperture domenicali e festive dei negozi nei centri storici delle città e le chiusure, domenicali e festive, dei centri commerciali. Ma Confesercenti è una delle principali associazioni imprenditoriali del Paese e tra le sue fila annovera tanti “padroncini” che spesso ritrovo dall’altra parte del tavolo sindacale e che, per usare un eufemismo, lisciano ben bene il pelo dei lavoratori attraverso le più disparate inadempienze contrattuali.

A questa campagna si è unita la CEI. Il sostegno della Conferenza Episcopale e le dichiarazioni di Papa Francesco, se pure in linea con quanto sofferto dai lavoratori del settore, sono nell’ottica di riavvicinare molte persone lontane dalla Chiesa. La contraddizione manifesta sta nel fatto che molti esponenti della destra liberale, vicini agli ambienti Vaticani, sono tra i più acerrimi sostenitori delle liberalizzazioni.

E i lavoratori? I lavoratori, disorientati, non hanno ancora strutturato una resistenza indipendente, sperano di essere salvati dal carnefice che li sfrutta (il padroncino di turno) o dalla Chiesa Cattolica e continuano a vivere all’ombra di un pc, appaltando all’esterno una lotta per la dignità che è tutta interna ad una categoria di sfruttati e precari, di donne e di uomini a cui è stato tolto il diritto al tempo di vita e di cura della famiglia, a cui è stata sottratta finanche la forza di lottare.

I cortei dell’otto dicembre scorso, in diverse città d’Italia, hanno dimostrato che i lavoratori del commercio sono in grado di reagire “dal proprio punto di vista”. Tante donne e tanti uomini hanno manifestato contro lo sfruttamento dei lavoratori della grande distribuzione, che nei giorni festivi più che in tutti gli altri, pagano con la loro vita gli effetti delle liberalizzazioni selvagge del commercio.

A Roma, Milano, Bologna, Parma, Schio, Firenze, Napoli, Salerno, Bari e Catanzaro i lavoratori del commercio, insieme agli studenti, alle associazioni giovanili e a quelle del territorio, ha portato il conflitto nei luoghi del commercio, moderne piazze del consumo, mettendo in evidenza le contraddizioni che “attraversano” un centro commerciale.

Insomma, riponiamo il mouse e non appaltiamo a nessuno il nostro futuro.

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