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Irene: precaria di una cattiva scuola

Irene è una maestra precaria. Irene ha 30 anni, tutta una vita davanti e la voglia di sognare! Ma i sogni sono consentiti ad una maestra precaria? Ho passato un intero pomeriggio con Irene e, tra un caffè, un gelato e qualche risata, ho provato a comprendere la vita di una precaria della scuola. Al netto dei proclami di Renzi e della sua “buona scuola”.

Irene è una ragazza come tante, vive ancora con i suoi (non per scelta), e conserva intatti tutti i sogni di un’intera generazione che non ha più diritto di sognare. I suoi grandi occhi neri mi regalano uno sguardo fiero e dignitoso: Irene è una RSU del Comune di Roma e me lo dice con orgoglio.

Irene mi racconta di quando, insieme ad altre 3.500 persone ha “assediato” il Campidoglio, con tenacia e resistenza, fino a notte fonda. Quella notte di gennaio c’erano tanti altri: lavoratrici e lavoratori, cittadini romani, utenti dei servizi pubblici, mamme con bimbi in carrozzina e tantissime insegnanti di scuola ed educatrici dei nidi comunali, tra cui molte altre precarie.

Ma Irene è anche una donna, con tutte le sue fragilità e tutti i suoi desideri e, quando si scioglie un po’, mi fa respirare l’essenza di una precarietà che non è confinata al solo campo lavorativo; che si trasmette, come il peggiore dei virus, a tutti gli aspetti della vita. Insomma, quella precarietà sul lavoro che diviene inesorabilmente precarietà esistenziale.

Tanto che, quando chiedo ad Irene come vede il suo futuro, lei mi risponde con innocenza: “Il mio futuro è il giorno dopo”. Un orizzonte limitato e l’impossibilità di programmare alcunché, condizione inesorabile di un “soggetto a venir meno”, con un lavoro provvisorio e non garantito.

Irene si è organizzata per riuscire a racimolare un salario degno di tal nome e, tra una supplenza e l’altra, si barcamena facendo la promoter, la baby-sitter e qualche altro lavoretto qua e là. Irene deve “far provviste” per l’estate. Si, perché a luglio per lei la paga si interrompe, la successiva è prevista per novembre e le “provviste” le servono a superare l’estate.

“La mia vita corre sul filo del telefono – racconta Irene – dovresti vedermi al mattino, quando mi divido su mille gruppi WhatsApp per riuscire a prendere una supplenza o favorire le mie colleghe a fare lo stesso. Ci siamo organizzate così, visto che il Municipio spesso non ci contatta o contatta le persone sbagliate. E allora noi suppliamo anche a quello, avvisandoci tra di noi o correggendo gli errori dei funzionari comunali. Al mattino il mio smartphone è concentrato solo su questa attività e le mie telefonate personali possono aspettare”.

Stentavo a credere alle sue parole che, oltre a denotare un grande senso di solidarietà tra maestre, dipingono un quadro perfetto delle inefficienze del nostro sistema educativo. “Una vita di corsa, – prosegue Irene – ogni mattino 25 nomi nuovi da imparare, 25 bambini che hanno bisogno di attenzione. La speranza di creare il giusto feeling con la nuova classe, con le nuove eventuali insegnanti di sostegno. E pensa che io sono precaria da “soli” 5 anni, alcune mie colleghe vivono questa condizione da ben 18 anni, sono la memoria del Comune di Roma”.

“E tutto questo influisce anche sulla mia vita privata, che spesso è annullata dalla mancanza di tempo e di soldi. Influisce anche sull’amore, messo a dura prova dall’instabilità economica, dall’impossibilità di programmare il futuro e dalle tensioni che una vita al limite comporta.”

“L’unico trauma che noi precari abbiamo superato, a differenza dei lavoratori a tempo indeterminato, è quello del licenziamento. – conclude Irene – Si, perché devi sapere, caro Francesco, che io oggi sono stata assunta alle 10.30 e sono stata licenziata alle 16.30. Ed ogni giorno è così’… se sono fortunata.”

Eccola quella che vorrebbero spacciarci come la buona scuola. La scuola dell’infanzia rappresenta, insieme al nido, l’ambiente dove inizia un percorso educativo che mira alla costruzione dell’identità di un bambino, il suo sviluppo psico-fisico. Il lavoro svolto da educatrici e insegnanti assume un ruolo fondamentale: il prendersi cura di un individuo alla prima conoscenza di relazioni affettivo-emotive, in un contesto quotidiano dove, nello stesso momento, si sperimenta e si “impara”.

E allora, come si può conciliare il fondamentale ruolo svolto da queste donne, con la precarietà raccontata da Irene?

Lascio a voi la risposta… Ad Irene e a tutte quelle maestre che si riconoscono nel suo racconto di una vita precaria, il mio più grande in bocca al lupo… Che la vostra lotta vi riconsegni il futuro!

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