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La commessa e il calciatore

Di storie così ne trovate tante. Il ricco e famoso calciatore che entra nel negozio, la guarda dritta negli occhi ed è colpo di fulmine. La commessa che diviene la first lady del pallone.

La più famosa è lady Cristiano Ronaldo – così l’appellano i giornali di gossip – Georgina Rodriguez. Venticinque anni compiuti lo scorso 27 gennaio, nata sotto il segno dell’acquario a Buenos Aires, in Argentina, ma cresciuta in Spagna. Georgina è stata una ballerina e una modella, prima di trasferirsi a Madrid per lavorare in una boutique di lusso – Gucci – come commessa. Poi un party di Dolce & Gabbana: quegli occhi scuri e profondi incontrarono quelli di Ronaldo per non lasciarli più.

Ma ce ne sono molte altre. Morgan Schneiderlin, ad esempio, è il “principe azzurro” e Camille Sold, 25 anni ed ex commessa di uno store Adidas, è la ragazza da favola. Con la sua bellezza ha conquistato il cuore del suo amato. Il calciatore del Manchester United, 31 anni, ricco (guadagnava 150 mila euro a settimana) e famoso nazionale francese, e la signorina impiegata in un negozio.

Il solito canovaccio che fa vomitare. La donna relegata a reginetta di bellezza che ha come sua unica possibilità di realizzazione la conquista dei novelli gladiatori, ricchi e famosi. Il lavoro descritto come fine per raggiungere la luce riflessa del marito famoso, invece di essere raccontato per quello che è, o almeno dovrebbe essere. Cioè il mezzo attraverso il quale si raggiunge l’indipendenza economica e la realizzazione personale.

I giornalisti, invece di raccontarci questa rivisitazione de “Il principe Azzurro” in chiave pallonara, dovrebbero indagare sulle condizioni che sono costrette ad affrontare quei milioni di commesse che nella vita incontrano “Mario il camionista” o “Giovanni l’impiegato”. Ci dovrebbero dire quante rinunce per un lavoro totalizzante, che non consente spazi di vita e di cura degli affetti. Che non consente un’adeguata attenzione finanche ai propri figli. E dal quale è difficile fuggire.

Insomma, la solita retorica maschilista che vede la donna come un oggettino, salvata dal maschio ricco e famoso che le promette la cura della prole in un mondo ovattato, dove il lavoro non è necessario e per cavarsela basta qualche scatto su Instagram, tanta palestra e qualche cremina.

Questa è la sottocultura da estirpare con decisione, e per farlo l’unica via è quella di riconquistare la dignità del lavoro, la cultura dei diritti e del salario e soprattutto la parità di genere. Perché è lì che si annida profondamente il sessismo.

E allora al lavoro…

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