La prigione precaria. Lucia: nata al sud, morta al sud.

Siamo a Cosenza: città in cui ad ogni passo, dall’inizio della strada principale al piede della collina fino al severo castello medievale che ne corona la sommità, c’è da stupirsi e da ammirare. Siamo a Cosenza, è l’aprile del 2012 e siamo in piena “era precaria”.

Questa è la breve storia di Lucia, dedicata a chi si appresta a far passare a colpi di fiducia la legge che renderà il precariato l’unica strada possibile per poter esercitare il “diritto” al lavoro. Dedicata a chi ci vuole schiavi. Dedicata soprattutto alla memoria di Lucia.

Lucia, fiera ragazza calabrese, aveva 28 anni e una laurea in Ingegneria gestionale conseguita con il massimo dei voti. Un lavoro precario, una paga da fame e una bambina di due anni da far crescere. Siamo a Cosenza, in provincia, nel Sud dei poveri.

Nell’aprile del 2012 della nuova “era precaria”, Lucia ha deciso di farla finita, gettandosi nel vuoto dal balcone di casa sua. Un gesto estremo, finale. Lucia faceva i conti con una disoccupazione cronica che al Sud uccide finanche i sogni.

Figlia di gente comune, senza un cognome illustre da sfoggiare, aveva coltivato per qualche anno l’illusione di poter vivere nella sua terra, nella sua Calabria. Sperava di trovare un lavoro, di non dover lasciare per forza amici e parenti e partire in cerca di fortuna.

Questa è la breve storia di Lucia, nata al Sud. Morta al Sud.

In punta di piedi lascio spazio alla lettera della mamma di Lucia, indirizzata a “Il quotidianoweb.it. Un messaggio colmo di rabbia e di dolore ma dal quale traspare evidente la dignità e la voglia di non arrendersi, un messaggio che ho letto con profonda ammirazione:

Avevo deciso di scrivere questa lettera quando tutti sarebbero andati via, lasciandomi lì, da sola, ad aspettare dietro la porta della sala di rianimazione, dove mia figlia stava affrontando, tanto per usare una frase fatta che poi tanto fatta non è, la sua ultima battaglia. Non ne ho avuto il tempo… siamo stati avvertiti che l’aveva persa… o forse l’aveva vinta.
Non si può banalizzare e liquidare il suo gesto come un suicidio dettato dalla depressione, come ha scritto qualche giornale; merita rispetto e maggiore attenzione. Si parla di imprenditori che ricorrono al gesto estremo, parliamo anche dei giovani: questi giovani che noi abbiamo generato, ma che non siamo in grado ora di accompagnare nel loro percorso di speranza. Mia figlia non è mai stata banale, ha vissuto il suo breve tempo alla ricerca di qualcosa che noi, noi tutti, non sappiamo più offrire a chi, come lei, vive la condizione di giovane.
Lucia era una ragazza fiduciosa nei nostri insegnamenti, sicura che il merito avrebbe pagato. Ha sempre dato senza mai chiedere… ecco… senza mai chiedere. E invece avrebbe dovuto farlo, avrebbe dovuto chiedere che i suoi diritti, conquistati con impegno e sacrifici, venissero onorati.
Lucia aveva un solo difetto: portare un cognome anonimo e credere nella meritocrazia. Ingenua lei, colpevoli noi che sapevamo che le cose non vanno esattamente così… E’ sempre stata onesta, non ha mai cercato compromessi. Il suo gesto è il gesto che ogni giovane potrebbe fare, soprattutto se giovane del Sud, questo Sud divorato negli anni da lupi famelici, da burattini – burattinai, da gente mediocre e servile, da chi chiede “per favore” ciò che dovrebbe chiedere “per diritto”, da gente incapace di governarci, da gente che bada a far quadrare i bilanci, da gente che mette al potere quei servi che dicono sempre di sì e che legano a sé con le complicità del malaffare e dei facili e lauti guadagni. No, non poteva vivere in quest’Italia asservita, e non poteva neanche allontanarsene, voleva semplicemente vivere nella sua Calabria, dov’era amata dai suoi innumerevoli amici. E’ una colpa da pagare a così caro prezzo?
Se è così, giovani, andate via, andate via e abbandonate questa Terra, noi non vi vogliamo! … E voi, mamme, non consentite che questo mostruoso Leviatano divori i nostri figli. Lottiamo insieme a loro, nella legalità, per i loro diritti, e chiediamo a testa alta ciò che è loro dovuto!”.

A Lucia e a tutti quelli che di precarietà vivono o muoiono…

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