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La somministrazione: fatturati miliardari per lavoratori in povertà

Viene ribadito a più voci, annunciato sui giornali, il lavoro in somministrazione dopo vent’anni dalla sua introduzione con la legge Treu, L.196/1997 e poi con la riforma del mercato del lavoro con la legge Biagi, D.Lgs 276/2003, fa parte in maniera strutturale del mercato del lavoro. In Italia l’incidenza dei lavoratori in somministrazione rispetto agli occupati dipendenti è del 2,2% e sale al 15,6% sugli occupati dipendenti a termine. Il presidente di Assolavoro (Associazione delle Agenzie per il lavoro), Stefano Scabbio, commentando questi dati in un articolo del 30 giugno 2017 apparso sul Sole 24 ore “Agenzie interinali, crescita continua”, parla di “qualificazione del lavoro”, “inclusione sociale”, “occupazione di qualità, agenzie per il lavoro come “partner strategici delle imprese”, lavoro in somministrazione come “forma migliore di flessibilità”.

Bisogna effettivamente dire che a fronte di fatturati miliardari è più che giustificato l’entusiasmo delle agenzie per il lavoro, l’augurio di una propria crescita ulteriore e di una maggiore ricorso da parte delle imprese nell’utilizzare il proprio lavoro di intermediazione. Ma quale utile per le agenzie e, soprattutto quale utile per i lavoratori?

I dati ufficiali a cui è possibile ricorrere per quantificare il fatturato della Agenzie per il lavoro ci viene dai dati forniti dal Fondo Forma.Temp, il Fondo a cui, per effetto del D.Lgs 276/2003, le Agenzie sono obbligate a versare il 4% del loro fatturato annuo principalmente per attività di formazione da erogare agli stessi lavoratori o candidati al lavoro in somministrazione. I dati risultano infatti depositati al Senato Atto 974 XVII Legislatura – Memorie Formatemp –  2 agosto 2017.

Dai contributi versati (4% del fatturato) è dunque possibile risalire al fatturato delle Agenzie che dal 2010 ha visto una continua crescita passando da 3 miliardi e 275milioni di euro nel 2010 a 5 miliardi e 275 milioni nel 2016.

Ma il lavoratore in somministrazione: chi è? Quanto guadagna? Che conforto può trarre dal fatto che le agenzie per il lavoro a cui può rivolgersi crescono e guadagnano?

Il lavoratore somministrato è un lavoratore “preso in affitto” dall’agenzia per il lavoro, unico suo vero datore di lavoro, e inviato presso l’impresa, azienda utilizzatrice, che a sua volta stipula un contratto commerciale con l’agenzia per il lavoro.

Dai rilievi di seguito presentati risulta un quadro quanto mai deludente, sconfortante e a dir poco allarmante. Risulta infatti evidente che se concentriamo l’attenzione, per una giusta comparazione dei dati, sul periodo 2012-2016, il fatturato delle Agenzie è aumentato del +49,6% passando da oltre 3 miliardi e mezzo a oltre 5 miliardi. Dalla pubblicazione dell’INPS del novembre 2017 “Focus sui lavoratori dipendenti in somministrazione Anno 2016” emergono dati invece così poco gratificanti da augurarsi che il lavoro in somministrazione non aumenti affatto, non coinvolga più lavoratori, non diventi la flessibilità che si auspica   e si definisce come “migliore”, non sia l’inclusione  che elargisce elemosina di lavoro che non porta ad una autosufficienza ed evidenzia invece retribuzioni annue medie ridicole che sono addirittura al di sotto dell’indice di povertà assoluta stabilito dell’Istat. Infatti, considerando, nel migliore dei casi, un lavoratore come unico componente familiare e calcolando dal reddito annuo il reddito mensile, abbiamo la situazione rappresentata nella tabella seguente.

Lavoratori in somministrazione – Retribuzione media annua e fatturato per le Agenzie per il lavoro

A ciò si aggiunge, dai dati del Ministero del Lavoro- Rapporti sulle Comunicazioni Obbligatorie del 2017, che per ogni rapporto di lavoro somministrato attivato uno su due riguarda un lavoratore di età maggiore di 35 anni.

Ma andiamo per gradi, anzi per slogan, quelli sbandierati dalle agenzie per il lavoro.

Qualità del lavoro

Di quale qualità si parla da parte delle agenzie non è dato sapere. O i lavoratori in somministrazione sono qualificati e sottopagati, e ciò non sarebbe possibile per il CCNL dei lavoratori in somministrazione che vanno inquadrati e retribuiti a parità di mansione nella stessa misura dei lavoratori diretti dipendenti delle aziende, oppure la “qualità” è un termine senza riscontro oggettivo per i lavoratori. O ancora ci si riferisce, da parte delle agenzie per il lavoro, alla propria qualità di intermediazione e inclusione sempre maggiore di “lavoratori in affitto” per l’aumento dei propri fatturati.

Ma andiamo ai dati oggettivi. Questi di seguito sono i dati del 2016 presentati dall’INPS su “Focus sui lavoratori dipendenti in somministrazione Anno 2016” e “Osservatorio sui lavoratori dipendenti del settore privato Anno 2016”, entrambi pubblicati a novembre 2017

Elaborando i dati presentati nella tabella successiva appare evidente come i lavoratori in somministrazione lavorano meno giornate e percepiscono un reddito annuo nettamente inferiore ai diretti dipendenti dalle aziende sia che siano assunti dalle agenzie per il lavoro a tempo determinato, indeterminato o stagionale. Inoltre la retribuzione oraria lorda è simile per il tempo determinato e il lavoro stagionale mentre i lavoratori in somministrazione a tempo indeterminato (il cosiddetto staff leasing) percepiscono mediamente una retribuzione oraria lorda nettamente inferiore ai dipendenti diretti delle aziende assunti a tempo indeterminato.

Forma migliore di flessibilità del lavoro

La flessibilità del lavoro lungi dall’essere un auspicio per i lavoratori se, come abbiamo già visto, lavorano meno dei diretti dipendenti dalle aziende. A tale stato di precarietà va ad aggiungersi che le missioni di lavoro, per le quali i lavoratori in somministrazione vengono inviate dalle agenzie per il lavoro presso le aziende utilizzatrici, sono caratterizzate da breve durata e oltre il 70% non raggiungono più di un mese mentre missioni di un solo giorno costituiscono oltre il 25% delle missioni. La tabella e i grafici seguenti, tratta dall’elaborazione dei dati del Ministero del Lavoro sui rapporti sulle comunicazioni obbligatorie, mostra come alla precarietà lavorativa si aggiunge dunque anche la frammentazione delle occasioni di lavoro per cui le missioni di breve durata tendono ad aumentare dal 2013 al 2016 del +4,2% per missioni di un mese e del +2,9% per missioni di un solo giorno. Mentre diminuiscono del -2,1% le missioni di oltre un mese e restano puramente residuali le occasioni di lavoro che superano un anno di lavoro.

Dalle elaborazioni dei dati dello stesso rapporto sulle comunicazioni obbligatorie del 2017, sempre del Ministero del Lavoro, si pone in evidenza come le missioni di lavoro attivate e cessate nel periodo 2014-2016 impiegano ogni lavoratore in somministrazione mediamente per più di due missioni di lavoro nell’arco di un anno. Missioni che cessano, per la quasi totalità di essi, nell’arco dell’anno stesso.

La virtuosa flessibilità che le agenzie per il lavoro propongono alle proprie aziende utilizzatrici e l’alta “preparazione” dei propri lavoratori inviati in missione può essere realistica e coerente con la realtà soltanto in termini di proprio fatturato, ma nulla ha a che vedere con i lavoratori stessi che si trovano a girare intorno ad un fatturato miliardario per raccogliere briciole di lavoro che non gli rendono né dignità né rispondono al proprio diritto al lavoro.

Lavoro qualificato

Ma a ciò si aggiunge un’ulteriore beffa, se ciò non bastasse, sempre sul Sole 24, in un articolo apparso il 30 giugno 2017, “Forma.Temp, modello di competenze 4.0” si parla del Fondo Forma.Temp come il fondo che “garantisce una formazione fortemente orientata al lavoro, soddisfacendo una delle esigenze espresse più frequentemente dalle aziende che si rivolgono alle agenzie: disporre di personale adeguatamente preparato per la propria realtà specifica e formato in tempi brevi”.

Di fatto la formazione presentata su iniziativa delle stesse agenzie per il lavoro e finanziata dal fondo dal 2012 al 2016 ha erogato 819 milioni di euro per riportare come risultato nel periodo considerato di poco più di 2 milioni e 700 mila lavoratori in somministrazione che hanno un inquadramento medio e un reddito medio annuo con non permette un’autosufficienza.

Lo stesso fondo Forma.Temp, a fronte di tanti milioni di euro erogati per la formazione, non riporta dati di placement per monitorare e verificare quanto la formazione stessa impatta realmente sui posti di lavoro. Eppure nelle proprie norme e regolamenti (visionabili all’interno del sito stesso del fondo) Forma.Temp prevede un obbligo di placement da parte delle agenzie per il lavoro pari al 35% a livello nazionale (minimo 10% a livello regionale) degli allievi che hanno frequentato corsi professionali per i quali deve essere instaurato un rapporto di lavoro entro il 180° giorno dalla fine del corso stesso. Quello che appare ancora più eclatante non è solo la mancanza dei dati di placement (sia storici che attuali) – indice di una formazione cieca e sterile dei propri risultati – quanto la previsione, “ridicola”, di un placement che si intende raggiunto per un contratto minimo di somministrazione di “una settimana full time equivalente” garantendo un minimo di 36 ore lavorative. Situazione analoga per le cosiddette “politiche attive” del lavoro per la quali a fronte di un percorso individualizzato di orientamento, bilancio di competenze e accompagnamento al lavoro, viene prevista una premialità per l’agenzia del lavoro: Forma.Temp finanzia tutto il percorso con una premialità di 1.000 euro aggiuntivi massimi per ogni candidato avviato ad una missione di lavoro in somministrazione della durata di un mese, garantendo un minimo di 144 ore lavorative. Tali dati non tengono neanche conto e non si commisurano con le misure di welfare che dovrebbe garantire l’altro ente bilaterale per i lavoratori in somministrazione, Ebitemp, che nasce per effetto della stessa D.Lgs. 276/2003 (a cui spetta quota parte del 4% dei contributi versati dalle agenzie per il lavoro). Infatti per tali lavoratori si richiede un placement di 36 ore lavorative o al massimo un mese di lavoro e per tale periodo lavorativo  non possono accedere a nessuna delle misure previste dell’ente stesso: sostegno alla non autosufficienza (requisito minimo 90 giorni di lavoro), contributo per l’asili nido (requisito minimo 3 mesi), sostegno all’istruzione (requisito minimo 60 giorni di lavoro), sostegno alla non autosufficienza (requisito minimo contratto attivo e 90 giorni di lavoro), tutela sanitaria (requisito minimo più di 30 giorni di lavoro), sostegno al reddito (requisito minimo 110 giorni di lavoro).

Pur nella considerazione che gli 819 milioni di euro erogati da Forma.Temp, nel periodo 2012-2016, garantiscono una formazione gratuita per tutti i lavoratori e i candidati al lavoro in somministrazione, ci sembra lecito, a fronte dei dati emersi, chiedersi “Quale utilità ne hanno tratto i lavoratori stessi? “

Agenzie per il lavoro, Forma.Temp, Ebitemp, appaiono sistemi non sinergici, strategici, ciechi e sterili nel garantire al lavoratore una fidelizzazione del comparto somministrazione in grado di procurargli, tra attivazioni-cessazioni-attivazioni di missioni, una continuità lavorativa. Nei cinque anni considerati per il periodo 2012-2016 le agenzie hanno prodotto un fatturato complessivo di oltre 21 miliardi e 600 milioni, la formazione finanziata dal Fondo Forma.Temp ha erogato alle agenzie per il lavoro 819 milioni di euro per la formazione e il risultato è stato quello di vedere coinvolti un totale di poco più di 2 milioni e 700 mila lavoratori in somministrazione che hanno potuto soltanto racimolare “assaggi di lavoro”.

Grazie alla mia preziosa fonte e a Marta Fana — ricercatrice in Economia allo IEP SciencesPo Parigi — che oggi hanno permesso di occupare con questa ricerca la prima pagina de Il Fatto Quotidiano.

About Francesco Iacovone

Mi occupo di tutela collettiva dei diritti dei lavoratori. A me piace definirmi un lavoratore prestato al sindacato, anche se formalmente faccio parte dell’Esecutivo Nazionale Cobas [Read more]

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