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Luigi Di Maio incontri i lavoratori del commercio e dica stop alle liberalizzazioni

“Le liberalizzazioni sfrenate ci stanno impoverendo. Non è solo una questione economica. Ma di serenità familiare e di felicità personale”. Lo scriveva sulla sua pagina Facebook Luigi Di Maio il 17 aprile 2017, un post che ha scatenato tutti i maggiori quotidiani nazionali e che ha spostato le simpatie di molti commessi del commercio dalla parte del movimento cinque stelle.

Oggi però Luigi Di Maio è il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico di questo paese e i molti che hanno riposto in lui la speranza di uno stop alle liberalizzazioni selvagge imposte dal decreto “Salva italia” del governo Monti si aspettano fatti concreti.

Nessun processo alle intenzioni, ma se il buongiorno si vede dal mattino mi viene da osservare, sperando di essere smentito, che quelle promesse resteranno tali. E mi spiego, nulla sul tema è stato riportato nel “contratto di Governo” siglato con la Lega del liberista Salvini, e questo non è un elemento di poco conto.

Ma anche le parole pronunciate qualche giorno fa all’assemblea di Confcommercio lasciano poco spazio a dubbi, per chi le vuole saper leggere: “La ricetta per far decollare le imprese che creano lavoro è lasciarle in pace”. Insomma, non bisogna disturbare un manovratore che dalle liberalizzazioni ha tratto enormi benefici a scapito dei milioni di lavoratori del commercio. E prosegue: “Non bisogna bombardare i cittadini di leggi”. Ma è proprio quella legge, salutata come una manna dal cielo da Confcommercio, che ha prodotto un’enorme quantità di crisi aziendali che lui stesso si troverà sul tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico.

Infine la rumorosa assenza all’assemblea di Confesercenti, associazione datoriale delle piccole realtà commerciali e strenua sostenitrice del ritorno ad una regolamentazione del lavoro domenicale e festivo, non lascia presagire nulla di buono. Di Maio ha dato forfait all’ultimo momento e all’assemblea si è presentato il ministro degli interni Salvini che ha parlato di tutt’altro: “Non vengo a vendere promesse, ma a parlare di quanto contenuto nel programma; ridurremo le tasse, non aumenteremo Iva e accise, ma avvieremo già nel 2018 la rivoluzione fiscale impostata sulla flat tax partendo dai redditi degli imprenditori per poi arrivare a quelli delle famiglie. E poi la lotta all’abusivismo commerciale”. Nulla sulle liberalizzazioni né tanto meno sulla condizione di disagio vissuta dai lavoratori.

Insomma, la linea del Governo sembra tracciata: in campagna elettorale prometteva ai lavoratori, ma nelle uscite ufficiali si alliscia i padroni. Ecco, io vorrei essere smentito questa volta. Perché le liberalizzazioni selvagge promettevano incrementi occupazionali e migliori condizioni lavorative, ma nella realtà hanno prodotto domeniche e festivi al lavoro per due lire, minor occupazione, minor salario, la contrazione dei diritti e la scomparsa delle piccole realtà commerciali.

Luigi Di Maio incontri i lavoratori del commercio e i sindacati di settore e mantenga le facili promesse elettorali, sarebbe un segnale concreto per capire se questo è davvero il governo del cambiamento o se siamo di fronte al solito slogan.

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About Francesco Iacovone

Mi occupo di tutela collettiva dei diritti dei lavoratori. A me piace definirmi un lavoratore prestato al sindacato, anche se formalmente faccio parte dell’Esecutivo Nazionale Cobas [Read more]

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2 Comm.

  1. mi affido al Suo buon senso, stimatissimo dott. Iacovone… sono un “fortunato” manager che ha solo la domenica per spendere 200 euro settimanali in abiti da utilizzare sul lavoro… da quanto vedo e sento (colleghi ed amici) molti negozi sono prettamente destinati a questo genere di clientela che, oltre a contribuire sostanzialmente alla loro sopravvivenza, magari non ha l’altra fortuna di avere una famiglia… quindi mi domando: questa riforma ucciderà moltissimi settori del commercio (chi va a fare shopping il martedi probabilmente non ha la possibilità economica che determinati negozi richiedono)… chi lavora di domenica, non necessariamente è un padre di famiglia e non necessariamente odia lavorarci (mio fratello minore ingegnere è stato – come tanti – felicemente impiegato in nota catena in attesa di impieghi piu qualificati)…. pertanto mi affido al buon senso per chiedere se è poi cosi impossibile normare una soluzione alternativa che possa far coesistere la possibilità dello shopping festivo (per chi non può nei giorni feriali) con la volontarietà (e la convenienza economica) di chi SCEGLIE di lavorare la domenica… Grazie mille… non penalizziamo “i senza domenica”, ma neanche “i senza tempo infrasettimanale” che, per loro natura, contribuiscono decisamente al buon andamento del commercio

    • Buongiorno, partirei dalla fine, nessun buon andamento del commercio. Solo crisi occupazionali e tanti licenziamenti. E tutto questo anche grazie al decreto Monti. Mi congratulo con lei, che può spendere 200 euro a settimana in abiti. Pensi che un’addetta del commercio quei soldi li guadagna per vivere: mediamente le commesse sono part time per imposizione e guadagnano 700/800 euro al mese. Sono certo che riuscirà a ritagliarsi un paio d’ore durante la settimana per fare i suoi acquisti, d’altronde sono meno importanti della serenità di chi lavora nel settore.

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