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Quell’incontro casuale con la giovane commessa

Cara sconosciuta commessa del negozio di camicie del grande centro commerciale della capitale, una capitale bella e depressa, dove i lavoratori si avvicendano come le auto al pedaggio autostradale, ti scrivo perché gli incontri casuali mi incuriosiscono, a lungo.

Grazie a te ho provato, scelto e acquistato una bellissima camicia. Il mio bancomat è passato liscio come l’olio e la camicia è già ripiegata nel sacchetto griffato. Potresti ringraziarmi e salutarmi, come da protocollo aziendale. E invece no, il negozio è vuoto, la crisi fa sentire i suoi effetti.

Ma non è solo questo. Qualcos’altro ti spinge a parlarmi. Mio nipote. Per tutto il tempo che siamo stati in negozio lo hai osservato e hai notato la sua tranquillità ed educazione, un po’ casuale per un bambino di sette anni, un po’ casuale conoscendo la vivacità di mio nipote.

Allora mi hai parlato delle tue due femminucce che più o meno hanno la stessa età. Rimango sorpreso perché sembri molto giovane, di certo più di me, e te lo dico. Col tuo viso semplice mi sorridi e continui a raccontare. La più grande fa la prima elementare, proprio come mio nipote. L’altra ha quattro anni e per poter vendere queste belle camice, sei costretta a pagare dodici euro l’ora una baby sitter laureata che si occupa di lei.

Sembra quasi che la reputi una fortuna, ma in realtà non hai scelta e nel raccontarlo traspare la tua emozione, i tuoi occhi si fanno lucidi, ma riesci a mascherarlo dietro un sorriso abbozzato. Un sorriso attraverso il quale sembri dirmi: “Mi mancano i miei figli”. Imprigionata nel negozio di camicie del grande centro commerciale della capitale fino alle dieci di sera. Giornate intere lontana da loro. Anche di sabato. Anche di domenica.

Io guardo mio nipote e cerco di immaginare come ti puoi sentire. Penso che tutto ciò non è giusto, che i figli hanno bisogno di una mamma presente e felice, che questa società non ci permette di vivere ma ci lascia appena sopravvivere perché funzionali all’arricchimento di pochi. All’arricchimento del titolare del negozio di camice del grande centro commerciale della capitale.

Continui a parlare, ne hai voglia, forse è la noia del centro commerciale sempre uguale o forse hai solo bisogno di sfogarti. Mi sussurri con un rinnovato imbarazzo che tuo marito è cassaintegrato, che la sua fabbrica ha poche commesse e che gli operai all’estero costano meno. Questo costringe il padre dei tuoi figli a fare qualche lavoretto in nero per tirare a campare e a passare il resto del tempo a cercare un lavoro vero: non può occuparsi delle bambine. Ma non sembra tutto: si intuisce, da come ne parli, che l’amore tra di voi è messo a dura prova da questa crisi, da questa società malata e individualista.

Insomma, un’altra storia di solitudine. Un’altra storia di una donna che non vive il lavoro con dignità, con libertà. Che è costretta a viverlo come una colpa, con la frustrazione di non poter stare accanto ai propri figli. Costretta a sorridere al cliente di turno ingaggiando relazioni esclusivamente mediate dal denaro, assecondando bisogni fasulli, presunti, vani, inutili.

Un attimo, un lunghissimo attimo in cui le nostre anime hanno trovato un contatto che nulla ha a che fare con questo “non luogo”. Un lunghissimo attimo in cui le tue parole hanno spento la musica diffusa dagli altoparlanti del grande centro commerciale della capitale, hanno annullato il vociare insopportabile di tutte quelle famiglie insoddisfatte alla ricerca compulsiva dell’acquisto e hanno rivelato tutta la tua solitudine.

In bocca al lupo di cuore, giovane commessa.

About Francesco Iacovone

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