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Storia di una mamma schiacciata dal mobbing

Questa è la storia di Francesca, purtroppo una storia come tante. La storia di una mamma che lavora e che vive la maternità attraversando quel percorso ad ostacoli fatto di mobbing e di discriminazione.

Francesca è una delle tante donne che si guadagnano da vivere all’interno di un centro commerciale, e il suo racconto mi fa schiumare di rabbia, ma ahimè non mi stupisce. Francesca lavora da quindici anni in un negozio di intimo all’interno di uno dei tanti shopping center del nostro paese. La donna mi confida che in quel suo lungo cammino lavorativo si sarà assentata una quindicina di giorni per malattia.

Francesca si rende sempre disponibile a coprire i turni del negozio e a volte salta finanche il suo giorno di riposo. Insomma, la classica dipendente modello che non si tira mai indietro. Fino a quando, tre anni fa, l’azienda comincia a fare pressione: “dovete firmare la flessibilità oraria”.

Francesca comincia un braccio di ferro lungo un anno, le esigenze familiari e la flessibilità oraria mal si conciliano. Ma alla fine, fiaccata dalle insistenze aziendali, cede e qualche giorno dopo la sua vita è stravolta: il suo bambino viene ricoverato d’urgenza e necessita della sua presenza in ospedale.

Purtroppo Francesca ha finito i suoi giorni di ferie e così chiede all’azienda un anticipo sulle ferie dell’anno successivo che le viene puntualmente negato. La donna è costretta a prendersi un’aspettativa non retribuita per gravi motivi familiari e deve rinunciare anche alla retribuzione.

La giovane donna, provata fisicamente e psicologicamente, crolla e si metto in malattia per un mese. Ma la figlia continua a non stare bene. Scaduto il mese la sua dottoressa ritiene di prolungare la malattia per un altro mese; nel frattempo Francesca attende con ansia la diagnosi di suo figlio, passando per lo stretto corridoio di una sanità allo sfascio, tra esami diagnostici e visite di controllo.

Pensando di essere pronta psicologicamente ed emotivamente, Francesca decide di rientrare al lavoro. E cosa trova nel negozio di intimo del centro commerciale in cui lavora? “Un muro di intolleranza da parte delle colleghe. Per tre giorni vengo isolata emarginata. Tutto ciò mi provoca, durante il lavoro, un forte attacco d’ansia tanto da dover correre in ambulanza al pronto soccorso”.

Una corsa ad ostacoli dolorosa e piena di solitudine, durante la quale solitamente si inasprisce il bossing o mobbing verticale, (realizzato dal datore di lavoro comunque da un superiore), e il mobbing orizzontale (l’emarginazione subita dai propri colleghi di lavoro). Tanto che Francesca mi scrive che: “in tutto questo la collega con cui stavo non si è minimamente preoccupata di chiedermi se necessitavo di aiuto o di un po’ d’acqua o se doveva chiamare qualcuno, mi ha lasciato sola in camerino nella mia disperazione. Mi ha costretto a chiedere aiuto da sola”.

Una storia come tante e a parlare sono i numeri, visto che sarebbero ben mezzo milione le donne che ogni anno perdono il posto di lavoro a causa della gravidanza, “spinte” a farlo da qualche illuminato stratega istruito ad hoc sulle modalità di trattamento del mobbing in gravidanza, dalle lettere di dimissioni fatte firmare in anticipo o semplicemente da casi singolari e del tutto “creativi” per favorire l’allontanamento di lavoratrici inappuntabili che però hanno avuto la malaugurata idea mettere al mondo un figlio.

In bocca al lupo Francesca. Alle tue colleghe e a tutti quelli perpetrano il mobbing con complicità inconsapevole, generata dalla paura e dalla necessità di compiacere il capo, voglio dire quelle parole che ripeto come un mantra durante ogni assemblea sindacale, in ogni luogo di lavoro, ad ogni lavoratore; con la speranza che possano lasciare un segno ed arginare un fenomeno tanto violento.

Il mobbing è un comportamento illecito punibile penalmente, le cui conseguenze possono provocare da una “semplice” dermatite a una gastrite, dai disturbi d’ansia alla depressione. Lo stress psichico provocato dal mobbing è un cofattore dell’insorgenza dei tumori, un ostacolo alla buona risposta terapeutica e può finanche indurre un lavoratore al suicidio.

La risposta più efficace, cari tutti, è quella della difesa collettiva, della difesa da “branco civile”: evita un difficile ed incerto percorso legale, è più rapida e soprattutto ci rende migliori.

About Francesco Iacovone

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