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Una storia operaia: ILVA, la fabbrica dei veleni

Siamo alla vigilia dello sciopero generale e mi torna alla memoria la storia di Stefano, una storia operaia.

Domani io sciopero anche in memoria di Stefano Delli Ponti, operaio dell’ILVA di Taranto, venuto a mancare l’ultima domenica del 2013 a causa della grave patologia contro cui aveva con grande coraggio combattuto.

Mi colpirono, nelle ore successive alla sua morte, le parole di Stefano raccontate dai suoi compagni, Francesco in testa: «Se chiuderò gli occhi…». Stefano non pronunciava mai le parole «se morirò». Quasi che volesse fregare anche la morte. «Può capitare che io chiuda gli occhi» aveva confidato all’amico Francesco una sera di qualche mese prima. «E se capitasse… quando ci penso il dolore più grande non è per me che non ci sarò più ma è per la mia famiglia. Come farà mia moglie con due bambini piccoli? Che succederà ai miei figli?». Stefano aveva un figlio di 8 anni e una figlia di 3, operaio all’Ilva di Taranto dal 1999, per lunghi anni al reparto acciaieria finché, nel 2011, un tumore l’ha costretto a cambiare settore, vita, aspettative. Ha «chiuso gli occhi» l’ultima domenica del 2013, a 39 anni.

Chi di noi non ha mai sentito o vissuto da vicino la storia di qualcuno malato di cancro? Chi non ha un dolore da superare legato a questa terribile malattia terminale? Ma quella di Stefano è una storia speciale. Che si trascina migliaia di altre piccole storie che hanno un nome ed un cognome di un operaio dell’acciaieria più grande d’Europa.

Stefano all’Ilva di Taranto è diventato il simbolo della generosità propria dell’operaio, lavoratori come lui che un bel giorno hanno deciso di regalargli il loro tempo: ore di ferie o di lavoro per aiutarlo a far fronte alla malattia che richiedeva viaggi continui a Milano e medicine costosissime. Operai, come Stefano, hanno messo sul piatto le ore che potevano e l’Ilva le ha trasformate in soldi e accrediti per Stefano.

Era stato il sindacato a proporre quella forma di solidarietà. Sulle prime un gruppo di lavoratori aveva dovuto occupare una saletta nella direzione dello stabilimento per convincere l’azienda ad autorizzare la colletta ma alla fine i nodi si erano sciolti e il metodo era passato. «Da maggio ad ora abbiamo raccolto per lui più di 60 mila euro» raccontava allora in lacrime Francesco Rizzo, dirigente sindacale. «Doveva andare in America a farsi curare ma poi ha scoperto che le stesse cure erano possibili in Italia e ha fatto la spola fra Milano e Taranto per provare a salvarsi. Per noi era diventato un orgoglio poterlo aiutare e adesso proporremo subito una raccolta di fondi per i suoi figli. All’Ilva siamo più di 11 mila, bastano poche ore a testa e si può fare tantissimo per quei due bambini».

Stefano si vergognava di accettare quei soldi, perché sapeva bene che ogni ora regalata era un sacrificio, una rinuncia per uno dei suoi compagni di lavoro. Un giorno un amico gli disse: «Chiedimi che cosa farei io al posto tuo». Stefano glielo chiese e lui rispose: «Pretenderei di essere aiutato perché avere colleghi che vogliono farlo non può essere tradotto in un’umiliazione. E perché io al posto tuo lo vorrei per i figli». Così fu convinto ad accettare gli accrediti.

Stefano ha lavorato fino all’ultimo lumicino di energia, finché ha potuto arrivare con le sue forze al suo posto di lavoro, fra i suoi compagni. Francesco aveva gli occhi lucidi quando raccontava che ogni tanto Stefano compariva sull’uscio del sindacato e che quella domenica disse ai suoi: «Per favore preparatemi la sedia a rotelle, domattina. Vorrei andare in sede».

Ecco, domani sciopero anche in memoria di Stefano, del suo orgoglio operaio, del suo insegnamento. Domani sciopero per onorare la generosità di tutti quegli operai dell’Ilva che hanno donato il proprio tempo al loro compagno senza pensarci un attimo. Domani sciopero perché se quella fabbrica assassina non lo avesse ucciso, Stefano sarebbe al mio fianco.

In memoria di Stefano, con la sua famiglia nel cuore…

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