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Verso l’8 marzo: Silvia, giovane mamma e vedova da poco, ingannata dal Jobs Act

Un messaggio su Facebook: mi scrive Silvia, una mamma vedova da sei mesi con un bambino di 2 anni e mezzo. Silvia racconta la sua sofferenza affrontata con coraggio e dignità; Silvia racconta quante volte è capace di vivere e morire una donna e dimostra nella pratica i violenti effetti del Jobs Act. In punta di piedi vi lascio alle sue toccanti parole:

Caro Francesco,
Ho letto il post “Io sto con Sara” e condivido la sua situazione. Ho 44 anni e sono vedova da meno di un anno con un bambino di due anni e mezzo. Mio marito se n’è andato in qualche mese a Maggio scorso, in seguito ad una malattia incurabile. Abitavamo prima all’Isola d’Elba e l’ultimo anno a Scarlino, sulla costa Toscana, dove lui aveva un’attività nautica. Di quello vivevamo. Dal 2010 mi ero trasferita da Firenze, mia città natale e in cui avevo lavorato tanti anni per conto di una multinazionale americana.
La mia “nuova vita” ricomincia dunque a Maggio 2015, dopo il decesso di mio marito. Ricominciare è una parola grande… Passo l’estate a gestire le solite beghe burocratiche che accompagnano questi avvenimenti tragici: devo chiudere l’attività di mio marito e lasciare casa al mare che avevamo in affitto; un taglio netto con il passato, quel passato non esiste più.
Siamo solo io e mio figlio, dove e come ricominciare? Ho la fortuna di avere una famiglia che mi supporta e mi aiuta e così, ad Agosto, ritorno in casa dai miei genitori. Passo non proprio semplice a 44 anni, ma che mi da sicurezza e mette al sicuro il bambino con gli affetti. Adesso devo trovare un lavoro e si sa che non è semplice ricollocarsi dopo tanti anni in cui tutto nel mondo del lavoro è cambiato.
Bisogna rimettersi in discussione e ricominciare da qualche parte. Sfoglio la mia agenda e contatto una nota azienda toscana di profumi e fragranze, i cui proprietari già conoscevo dall’Elba, presente a Firenze. Da Settembre 2015 inizio con loro una collaborazione part time a tempo determinato che scade a fine dicembre 2015. La paga è, per quel tipo di lavoro, nella regola: 700/800 euro al mese. Loro sono davvero corretti e comprendono il periodo che sto attraversando.
E’ una situazione ideale per quel momento specifico perché posso lavorare in autonomia gestendo le 5 ore al giorno come meglio credo e di conseguenza gestendo il bambino senza dover ricorrere troppo ai nonni o alla baby sitter. Certo non è ancora abbastanza per rendermi autonoma e probabilmente non è un’occupazione che nel tempo può dare le soddisfazioni che ancora cerco. Insomma, è un inizio e un modo per gestire quella transizione; mi concedo del tempo per trovare in seguito una migliore opportunità, la quale non tarda ad arrivare.
Infatti siamo ai primi di dicembre ed entro in contatto con un’agenzia francese di design d’interni ad altissimo livello, con sede a Parigi, che si è da poco stabilita in una sede prestigiosa del centro a Firenze. Cercano un’assistente che parli francese e inglese e offrono un contratto a tempo indeterminato, un’offerta molto buona e concreta, contesto internazionale che è molto nelle mie corde, i requisiti sono quelli di un lavoro gestibile anche rispetto ad altre mansioni ricoperte in passato.
Ci consultiamo per capire quali possano essere le loro esigenze, io sono aperta a qualsiasi soluzione e siccome gli sgravi fiscali previsti dal Jobs Act per chi assume a tempo indeterminato prevedono che il contratto sia full time, per me questa opzione va benissimo, mi metto a disposizione, per il resto mi organizzerò. Questo lavoro può davvero segnare una svolta.
Un’intervista effettivamente molto generica e poco particolareggiata durata 40 minuti e in un paio di giorni sono assunta, il tempo di elaborare il contratto. L’azienda, per ottenere gli sgravi previsti dal Jobs Act, doveva assumermi entro dicembre. Nel frattempo devo informare i miei attuali datori di lavoro, i quali già da tempo mi avevano riconfermato il rinnovo del contratto. Cerco di essere con loro più corretta possibile e di assicurare un passaggio senza problemi; infatti gli trovo anche la mia sostituta, un’amica a cui cedo il mio lavoro molto volentieri. Rimaniamo in buoni rapporti anche perché non si sa mai, loro capiscono e ci salutiamo.
Il 28 dicembre inizia la nuova avventura, ho delle competenze da acquisire in materia di programmi grafici (di cui nessuno mi aveva parlato in sede di colloquio e che io non avevo mai evidenziato nel curriculum), ma mi rendo disponibile a lavorare anche nel week end per acquisirle, il tempo di mettere a fuoco l’abc e poi sarà questione di pratica. Intravedo in tutto questo un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo.
Nell’ ultima settimana ho il sentore di qualcosa che non fa proprio click, ma essendo nel nuovo posto da poco più di un mese non mi preoccupo, mi dovrò un po’ abituare, tutto qua. Il 16 febbraio, con mia grande sorpresa, mi viene consegnata una lettera in cui si dice che non ho superato il periodo di prova e quindi non sono stata confermata. Ho chiesto il perché e la risposta è stata che non avevo certi requisiti informatici e che forse quello non era proprio il mio ambiente (chissà che un giorno, vista ancora la fragile situazione, mi fossi mostrata un po’ meno concentrata e quindi meno produttiva).
A quel punto ho fatto notare che non capivo il perché mi avessero assunto, dopo tutto per scegliere quel lavoro sicuramente migliore, nel frattempo avevo lasciato l’altro. Loro mi rispondono che quello era comunque in scadenza a dicembre; certo, rispondo io, ma mi era stato già confermato il rinnovo. Faccio notare che per quel che conta avevo ritenuto opportuno segnalare al nuovo datore di lavoro la mia situazione. Così senza tanti peli sullo stomaco, nell’arco di un’ora, ero fuori da quell’ufficio.
Subito dopo è prevalso il senso di colpa, mi sono fatta autocritica, poi ci ho ripensato e concluso che mi fossi solo comportata onestamente. A conti fatti mi sono fatta l’idea che questa gente forse non avevano voglia di investire nelle persone, ma con tanti soldi e contatti internazionali aveva probabilmente la possibilità di ‘fare e disfare’ come voleva, e pazienza se di mezzo ci vanno le persone, se di mezzo ci vado io.
Tutto in regola dunque, questa brutta vicenda alla fine mi ha solo rafforzata ed ha bisogno di essere narrata perché quella che si cerca di calpestare in queste situazioni è la dignità umana; la società va incontro ad un impoverimento dei valori totale e conta soltanto il dio denaro.
Da mamma mi chiedo: ma cosa metteremo nella ‘scatola degli attrezzi ‘dei nostri figli? Iphone e tablet?

About Francesco Iacovone

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4 Comm.

  1. Per quel che conta grande solidarietà e convinta partecipazione alla soffeta e schifosa esperienza di Silvia che ha dimostrato di credere nelle nuove regole (truffaldine) del jobs act rimanendone vittima.
    Sembra non esserci speranza per dare lavoro e dignità a chi ne è escluso: con un sindacato ormai cinghia di trasmissione dei governi e del “buon vivere”, con milioni di pensioni inattivi e fuori mercato, non ci resta che unire le forze con chi quella dignità non l’ha persa. Passare dalla rassegnazione alla protesta con qualsiasi mezzo. Dare visibilità all’azione e cercare le forze organizzate dei comitati, dei sindacati di base, dei centri sociali per ottenere giustizia.

  2. Cosa dire? Ovvio lo sconcerto e il dispiacere per la situazione di questa madre in difficoltà. Tuttavia il periodo di prova esisteva anche con la precedente normativa.

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